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SONETTI. SAVINO BENNARDI

A cura di Barbara Solari
Edizioni Effigi, Arcidosso 2007

Indice:
Premessa
Leonardo Marras
Presentazione
Andrea Bennardi
Tracce
Barbara Solari
Parte prima. Il Fascismo
Parte seconda. La guerra
Parte terza. Dalla Monarchia alla Repubblica
Parte quarta . I primi anni della Repubblica
Parte quinta . Il partito socialista
Parte sesta. Il lavoro
Parte settima. I processi
Parte ottava. Varie

Dall'introduzione "Tracce"

 

Difficile tracciare una pur breve biografia di Savino Bernardi (Bennardi all’anagrafe, per un errore – pare – di trascrizione dell’ufficiale di stato civile). Le poche notizie che abbiamo su di lui sono i pochissimi ricordi di chi l’ha conosciuto e i pochi sonetti in cui racconta della propria vita. Quelle che ha lasciato dietro di sé sono solo deboli tracce. Nato a Roccatederighi il 3 novembre 1885 da una famiglia contadina e di ideali socialisti, visse tutta la vita nel piccolo paese, coltivando la sua terra, frequentando la sezione del Partito socialista e componendo i suoi sonetti. Sposato con Isola Magnanelli nel 1912 ebbe tre figli: Galeno, Bruna e Boero, morto prematuramente nel 1933, a 22 anni, per una malattia respiratoria.
Riformato a causa di una ferita d’arma da fuoco all’occhio, non prese parte né alla prima, né alla seconda guerra mondiale. Sicuramente non fu un perseguitato politico, un antifascista riconosciuto: il suo nome non figura tra i fascicoli del casellario politico centrale. Il suo nome non figura neanche negli elenchi dei partigiani riconosciuti, ma sappiamo dai ricordi dei suoi discendenti che anche se non prese parte direttamente alla Resistenza (aveva quasi sessant’anni all’epoca), aiutò i partigiani della zona. D’altro lato, non mancò di aiutare il figlio, lui sì fascista, di un suo amico, nascondendolo dai concittadini che volevano “farsi giustizia da sé”. Durante la guerra scrisse soprattutto sonetti dedicati al figlio Galeno (qui non riproposti), chiamato alle armi.
La sezione del partito Socialista a Roccatederighi fu ricostituita il primo ottobre 1944, quattro mesi dopo il passaggio del fronte. Savino Bernardi figura tra i fondatori e quale membro del comitato esecutivo di sezione . L’impegno dei socialisti di Roccatederighi fu teso fin dall’autunno del 1944 a farsi interprete delle molte esigenze della popolazione presso le autorità civili e politiche al fine di ricostituire il Comune , da un lato, e ad aiutare materialmente la ricostruzione del paese dopo le devastazioni della guerra , dall’altro. Un impegno che per Bernardi fu “ufficializzato” con l’elezione a consigliere comunale nelle elezioni amministrative del marzo 1946 . Se è vero che “l’esperienza politica, ed ogni altra che sia umana, si nutre del pensiero libero, del contributo autonomo, in una parola della suprema e nobile fatica di essere se stessi ”, è da supporre che Savino abbia portato se stesso e i propri ideali in consiglio: l’equità, la giustizia, la fede nella democrazia e nell’uguaglianza .

Della vita di Savino Bernardi, scrivevamo all’inizio, rimangono poche e timide tracce: l’atto di nascita, quello di matrimonio, l’atto di morte, i verbali delle delibere nel primo consiglio comunale regolarmente eletto nel dopoguerra, i pochi ricordi di chi l’ha conosciuto. La sua vita, allora, è tutta lì, in quei pochi quaderni manoscritti, in quei versi tracciati con una calligrafia incerta, in frasi piene di errori grammaticali e termini dialettali, nelle “[…] parole di un povero bovaro” autodidatta, parole che egli stesso definisce “rudi e sconnesse” ma “sincere” .
Pier Paolo Pasolini, in risposta alla lettera di un giovane minatore di Gerfalco, scriveva:

 

“Essi parlano in dialetto, o in un italiano molto semplice e rozzo, tuttavia quello che hanno dentro, la loro forza vitale o la loro forza morale, riesce sempre ad esprimersi. C’è il calore della loro presenza, della loro parola, della loro attenzione. In lei sento questa stessa forza vitale e morale, di molti suoi coetanei operai, o contadini, o disoccupati ma poiché lei mi scrive, e non mi parla – e la sua lettera […] non può avere la stessa efficacia naturale del discorso – quella sua forza intima risulta come compromessa e avvilita. L’incertezza della sua calligrafia, i suoi errori di grammatica, la difficoltà dell’espressione, sono come una gabbia dentro cui è imprigionata la sua anima, che è appunto possibilità di espressione e comunicazione. Ma che forte, inquieta, ribelle, speranzosa prigioniera quest’anima! Capisco perfettamente il suo bisogno di un registratore! E’ certo che lei vuol sfuggire dalle strettoie della sua scrittura appena elementare, poiché ha tante cose da dire, ha una così legittima protesta da esprimere, che la viva voce le è assolutamente necessaria ”

 

Il linguaggio usato da Bernardi è tipicamente dialettale e la trascrizione dei sonetti, nati come poesia orale, piena di errori grammaticali e di sintassi. E’ lecito ipotizzare che il passaggio dalla forma orale a quella scritta faccia perdere molto ai testi, proprio perché composti per essere recitati “al momento”. Per usare le parole di Pasolini, la “forza intima risulta come compromessa e avvilita”. Scorrendo le pagine dei quaderni lasciati dall’autore, appare chiaro che i sonetti sono stati trascritti successivamente all’essere stati composti. Cronologicamente non sono consecutivi e le date apposte spesso sono precedenti a quelle in cui le vicende cantate si verificarono. Traspare però fortemente la volontà dell’autore di lasciare una traccia di sé, una sorta di testamento morale, un’eredità che se è affettivamente rilevante per coloro che lo hanno conosciuto o che ne sono dicendenti, è importante anche per chi voglia capire – senza velleità di generalizzare – come siano stati vissuti e percepiti alcuni degli avvenimenti più importanti della politica italiana dal Ventennio agli anni Sessanta. Figlio e cantore di questa terra e testimone del passaggio dal fascismo alla democrazia, dalla monarchia alla repubblica, Bernardi vive questi eventi e li racconta, dal di dentro, con la semplicità e con la schiettezza degli ideali per cui ha vissuto e per i quali ha combattuto.
Quello che traspare dai sonetti è la voglia energica di comunicare, qualcosa che sta a metà strada tra il bisogno di esprimersi e il dovere morale di reclamare il diritto alla parola. Anche Bernardi, per riprendere le parole di Pasolini, “ha tante cose da dire, ha una così legittima protesta da esprimere, che la viva voce le è assolutamente necessaria”.
Dalla lettura dei sonetti privati, che si è scelto di non pubblicare in questa antologia, appare chiaro anche che il sonetto era usato a Roccatederighi come forma di comunicazione all’interno di una cerchia di amici. Ogni evento, sia privato che pubblico, diventa per Bernardi, ma non solo per lui, occasione di “fare poesia”. Per l’autore, la parola è vita, il silenzio è già morte. All’amico Brogi che inspiegabilmente ha smesso di comporre versi, Bernardi scrive:

[…] che il tuo tacer sia avvolto nel mistero
se sei sempre nel numero dei vivi
rompi il silenzio che è da cimitero .

 

Oltre ad una difficile ricostruzione della biografia del poeta, appare evidente la difficoltà nel ricostruirne il pensiero. In “Appunti per una biografia”, introduzione all’antologia di scritti di Antonio Gamberi, pubblicata nel 2004, uno dei curatori, Franco Bertolucci, si chiede:

 

“la poesia può essere una fonte utile ed attendibile per ricostruire la biografia di un personaggio che, come Gamberi, ha vissuto a cavallo di due secoli con una militanza politica durata quasi mezzo secolo? Con la consapevolezza di alcuni inevitabili limiti e con il supporto di fonti storiche alternative abbiamo qui deciso di utilizzare la poesia di Gamberi come una fonte storica, un diario delle esperienze, dei sentimenti, delle emozioni e delle passioni del poeta, una testimonianza degli avvenimenti dell’epoca sia limitati al territorio regionale della Maremma Toscana […] che nazionali e internazionali […] ”.

 

Nel curare questa raccolta di scritti di Savino Bernardi, abbiamo tentato di fare lo stesso percorso. Le nostre lacune, però, sono più profonde rispetto a quelle incontrate da Bertolucci. Se è lecito avanzare l’ipotesi che la poesia di Bernardi si inscriva nella tradizione della “poesia militante” del territorio roccastradino, del tutto azzardato sarebbe mettere sullo stesso piano i sonetti qui pubblicati e gli scritti di Pietro Ravagli e di Antonio Gamberi, i ben più famosi e celebrati “poeti militanti” della zona.
Se è apparso naturale utilizzare i sonetti come “una fonte storica, un diario delle esperienze, dei sentimenti, delle emozioni e delle passioni del poeta, una testimonianza degli avvenimenti dell’epoca”, più difficile è risultato dare organicità e sistematicità al pensiero di Bernardi.
I componimenti sono disomogenei per argomenti trattati e scevri delle forme proprie del linguaggio poetico, se non per l’uso della metrica tipica del sonetto.
Con forzature evidenti (ma non era possibile altrimenti), si è scelto di suddividere i sonetti in 8 sezioni tematiche e si è cercato di collocare ogni componimento nel contesto culturale e storico del suo tempo, tenendo sempre presente che la vita e l’ispirazione poetica di Bernardi si possono rileggere solo alla luce della cultura laica diffusa in tutta la Maremma fin dall’epoca risorgimentale. Essa si è andata creando e ha messo radici di pari passo con l’infiltrazione del pensiero anarchico e socialista tra la popolazione, ed emerge, se non da testimonianze dirette, dalle cronache della stampa locale e dagli scritti dei già citati Ravagli e Gamberi . [...]


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