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PER UNA STORIA DEL CONFINE ORIENTALE FRA GUERRE, VIOLENZE, FOIBE, DIPLOMAZIA

Materiali didattici a cura di Laura Benedettelli, Matteo Fiorani, Luciana Rocchi
Tipografia Ombrone, Grosseto 2007

Indice:
Presentazione, Claudio Martini, Presidente Regione Toscana
Prefazione,
Adolfo Turbanti, Presidente ISGREC
Introduzione
1. Premessa
2. Istruzioni per l’uso
3. Le “fortune di Clio”, una sfida per la scuola

I PARTE: L’ESODO DALL’ISTRIA (1945-1954)
Capitolo 1: Il confine oggi
1. Carta dell’Italia settentrionale e della costa dalmata
2. Carta del confine attuale tra Italia e Slovenia
3. Carta dell’Istria
Capitolo 2: L’esodo dall’Istria. Le fonti
1. Fonti fotografiche
2. Fonti letterarie
3. Testimonianze orali
4. Memorialistica

II PARTE: ALLE ORIGINI DELL’ESODO: I MUTAMENTI DEL CONFINE ORIENTALE
Capitolo 1: Il Confine non è una “semplice linea”
1. Frontiera/confine: polisemia di due termini
2. Carta e dati quantitativi sulla distribuzione delle etnie, raccolti da Carlo Schiffrer
3. Un punto di vista da “oltre il confine”
Capitolo 2: Tra Grande guerra, fascismo e secondo dopoguerra
1. Scheda storica
2. Fonti archivistiche, stampa, testimonianze orali
3. Fonti storiografiche
4. Cartografia
Capitolo 3: Cronologia
Bibliografia

Dall'introduzione al volume:

1. Premessa
Siamo al terzo anno di celebrazione della Giornata del ricordo e, spente le asprezze polemiche iniziali di un dibattito a molte voci, sembra utile - ma può anche risultare più facile - tradurre quest’occasione in un’opportunità per la scuola, in una duplice direzione: approfondimento della riflessione per gli insegnanti; proposta di un lavoro didattico su storia e memoria che sappia eludere il rischio di una decontestualizzazione dell’evento-foibe, oggetto dichiarato della rimozione, che il legislatore ha voluto rovesciare in rituale commemorativo.
A rendere praticabile a questa scelta sta l’abbondanza delle risorse – fonti e storiografia – che nel tempo si sono accumulate, pur senza riuscire ad ottenere sufficiente visibilità al di fuori del contesto locale che era stato teatro degli eventi – i territori del Confine orientale – fino alla ricca fioritura degli ultimissimi anni: ricerche inedite, pubblicazioni scientifiche e divulgative, convegni.
A chi voglia navigare su internet alla ricerca di siti su questi temi sarà facile reperire grande quantità di materiale, ma anche trovarsi di fronte ad esemplificazioni da manuale di quanto la conoscenza storica dell’era della comunicazione proteiforme sia esposta al rischio di usi strumentali e mistificazioni.
Il progetto e gli strumenti per la costruzione dei materiali, confluiti in questo volume1, sono il risultato di una ricognizione su quanto ricerche rigorose e buona divulgazione ci consegnano, ma traggono anche origine dalla circolazione all’interno della rete nazionale degli Istituti storici della Resistenza della letteratura prodotta nel corso del tempo nell’area del Friuli Venezia Giulia2. Ricevono poi la sollecitazione definitiva da un evento, nato proprio da un progetto dall’Istituto di Trieste (Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia), divenuto convegno nazionale (Storia della frontiera orientale, Torino, 17-20 ottobre 2005) 3. Parallelamente, sul terreno della didattica, ancora dall’Istituto di Torino ha preso avvio nel 2003 un progetto pluriennale, “inteso a proporre percorsi didattici e incontri di studio tra scuole torinesi, triestine e istriane”, documentato da una pubblicazione che rende visibile, come ampio contenitore per l’inserimento nei curricoli di questi temi, l’obiettivo di mettere a fuoco una “fenomenologia dell’esclusione”4. A dare forma alla costruzione di questo “pacchetto didattico” contribuiscono due presupposti: uno storiografico, l’altro didattico.
Il primo, storiografico, è il risultato di un modello interpretativo fondamentale: il fenomeno delle violenze subite dagli italiani in Istria tra 1943 e 1945 culminate negli infoibamenti, che hanno dato origine al lungo esodo degli italiani dalle loro terre, non può essere compreso e spiegato che nel contesto dei più ampi processi di trasformazione che hanno interessato il Confine orientale nel lungo periodo della storia del Novecento. Alle spalle di quell’esplosione, nel primo Novecento, la tormentata nascita del “Regno dei Serbi, Croati e Sloveni” e la difficile costruzione di relazioni tra la nuova formazione statale e l’Italia, seguite dalle tensioni provocate nella regione dal nazionalismo del movimento fascista prima, del regime poi, fino ad arrivare al clima di aperto, acerbo conflitto del tempo di guerra, che contiene Resistenza e guerra civile, stragi naziste e sistema concentrazionario, e in parallelo gli orrori di parte slava e la dura repressione tedesca nel territorio della Adriatisches Küstenland, zona di diretta occupazione militare del III Reich, che colpisce sia italiani che slavi. Ma gli accadimenti di questa lunga stagione si configurano in una dimensione
non solo nazionale italiana: all’origine epifenomeni dei nazionalismi del XX secolo, si traducono nelle numerose e tormentate storie di esodi da aree di confine nell’Europa post seconda guerra mondiale. Lo traiamo dagli studi più rigorosi ed accurati, di cui diamo conto attraverso le pagine di storiografia contenute nel materiale raccolto qui. Una suggestione forte, rispetto al punto di vista della memoria ed alla necessità di aprire ad uno sguardo europeo, proviene da un piccolo libro – Il dolore e l’esilio - che l’autore Guido Crainz apre con una dichiarazione d’intenti intrigante - «comporre un’antologia di sguardi, …far dialogare parzialità differenti» -, e il proposito di delimitarne nettamente i confini: «Questo non è un libro di storia. È un piccolo quaderno di suggerimenti, di consigli di lettura »5. A noi è parso uno strumento straordinario di penetrazione all’interno dei nodi storiografici e di memoria collettiva (rimozioni, memorie divise), che stanno sotto la questione dei conflitti interetnici e politici che hanno attraversato l’Istria e tutta l’area del Confine orientale, utile chiave per far uscire dalle ristrettezze di polemiche politiche interne una questione di portata epocale, di
dimensione appunto europea.
Per proseguire poi nel tentativo di attribuire a questo segmento di storia nazionale la profondità di campo di cui necessita, non può essere ignorato che l’area balcanica è appena (e nemmeno compiutamente) uscita da un terremoto politico che ha condotto anche quelli che a questo punto sono ex-jugoslavi ad una rimeditazione del proprio passato, ad una rivisitazione della propria memoria, in un quadro di relazioni Europa orientale-Europa occidentale. Pedrag Matvejevic6, e come lui altri intellettuali, hanno scelto la via dell’esilio e ci consegnano riflessioni dolenti. Il loro punto di vista è necessario anche per noi.
Le poche righe che seguono di un’altra esule, la filosofa Rada Ivekovic, che ha denunciato l’irrazionalità dei nazionalismi, sono una spia delle sofferenze della loro memoria e della complessità dell’intreccio tra il nostro e il loro passato: Ho sempre abitato a Zagabria, al numero 5 di piazza delle Vittime del Fascismo. Ma il nuovo potere croato ha deciso di cambiare il nome a questa piazza, infischiandosene delle migliaia di firme raccolte in segno di protesta per la destinazione prescelta: piazza dei Sovrani Croati7. Un secondo presupposto, didattico, ha orientato il tentativo di costruzione di uno o più percorsi fedeli al modello di una “didattica laboratoriale”: non si sono volute definire griglie di obiettivi e competenze, che avrebbero richiesto
una riflessione sui curricoli, difficile in assenza di un destinatario definito – insegnante di quale liceo, di quale istituto professionale o tecnico. La proposta avanzata è quella di usare, dosandoli secondo l’ambiente-scuola e classe, una pluralità di strumenti, a supporto di un manuale in genere poverissimo sul tema proposto. Poche avvertenze didattiche – istruzioni per l’uso del materiale – accompagnano i testi.

2. Istruzioni per l’uso

I materiali che proponiamo sono rivolti ai docenti. Attraverso la loro mediazione potranno raggiungere gli studenti, traducendosi in lezioni, laboratori, percorsi didattici più o meno ampi. Sono costituiti da una scelta di testi che offrono strumenti di lavoro utili ad inquadrare la storia di lungo periodo del Confine orientale. Possono essere usati globalmente o per mettere a fuoco segmenti, tematizzando per esempio: l’esodo istriano, il confine nella seconda guerra mondiale, la politica del fascismo verso l’area balcanica, le diverse facce delle manifestazioni di violenza (interetnica, razziale, politico-ideologica…) del periodo 1941-45, i trattati a partire dal secondo dopoguerra. Il modello didattico di riferimento già dichiarato, quello laboratoriale8, implica l’operatività in classe, attraverso l’uso di strumenti diversificati, tali da riprodurre in qualche misura il laboratorio dello storico. Da qui la scelta di mettere a disposizione dell’insegnante le fonti, una pluralità di tipi di fonti – archivistiche, fotografiche, cartografiche, memorialistica, fonti storiografiche – per un uso incrociato. L’ordine in cui è stato collocato il materiale risponde alla duplice esigenza di “mimare” le procedure di costruzione del sapere storico – ricerca simulata – e di sollecitare negli studenti una motivazione iniziale. È la sequenza dei testi l’unica indicazione che può essere giudicata “prescrittiva”, mentre essenziale carattere di questa proposta didattica è, per usare un ossimoro, la necessità della libera scelta dell’insegnante.
• Il percorso ha inizio dalla posizione di un problema: l’Esodo, in quanto fenomeno di cui sono visibili tracce nel presente: istriani in molte città italiane, portatori di memorie che ci restituiscono passaggi delle loro storie di vita, da cui emerge il bisogno di una spiegazione. Può motivare l’interesse degli studenti l’avvio del percorso da un fenomeno, che mette a contatto diretto con le vite materiali, le relazioni sociali e culturali, le emozioni di tante donne e tanti uomini. Esistono modelli storiografici di spiegazione ormai consolidati, come dimostrano i brani tratti da opere edite, che rinviano ad un passato oltre il breve tempo delle ultime fasi della seconda guerra mondiale. Il percorso a ritroso rinvia ad una lunga sequenza di conflittualità, che trova similitudini in situazioni di altre zone europee di confine.
• Il lavoro con le fonti, inserito in un progetto di ricerca consapevole (chiarezza della domanda) implica un’operatività mentale. Il lavoro critico su ciascuna, seguito dalla correlazione tra i dati che offrono diverse fonti, contribuisce alla costruzione di una mappa mentale. La tipologia delle fonti scelte per l’inizio del percorso – immagini, memorie, letteratura – se pone problemi specifici di critica della fonte, è più vicina alle esperienze degli studenti. L’insegnante può attingere, per guidare gli studenti ad un approccio critico, intanto all’ampia letteratura sull’uso di fonti non tradizionali in ambito scientifico, che continua ad arricchirsi di contributi teorici e di esperienze di ricerca innovative, pur avendo ormai alle spalle una tradizione solida. Anche il lavoro didattico con testimonianze orali, letteratura, immagini ha da tempo oltrepassato lo stadio delle sperimentazioni o dei tentativi improvvisati. Grazie al fertile incontro tra storici e insegnanti, convegni, pubblicazioni, sperimentazioni guidate hanno prodotto modelli efficaci, in una prima fase soprattutto con l’introduzione dell’uso della fonte orale, più di recente con un’attenzione privilegiata verso l’immagine9.
Quello che si propone è un percorso a ritroso, che dovrebbe aiutare gli studenti a ricercare e scoprire continuità e discontinuità, la pluralità delle variabili utili a comprendere e spiegare vicende complesse come quelle che coinvolgono le popolazioni di confine, che hanno una specificità tutta locale, data dall’intreccio tra fattore storico e geografico, ma che spesso sono condizionate da dinamiche che sfuggono completamente alle possibilità di controllo locale. Può essere questa anche un’occasione per una riflessione con gli studenti, da trasferire in altri percorsi, sullo spazio della storia, sul significato e la fecondità della storia locale. Così come può esemplificare il sovrapporsi dei piani di tempi lunghi e brevi. Particolare utilità assume la dimensione della pluralità dei tempi in un contesto come quello da cui è scaturita la codificazione dell’invito a “parlare in classe delle foibe”, attraverso un intervento istituzionale – la legge – il cui riferimento sembra essere un evento estrapolato da contesti storici e affidato ad una dimensione in parte antropologica (il tema della violenza e dei diritti umani), in parte politica (il silenzio sull’evento frutto di manipolazione politica della storia da parte di un preciso soggetto politico). Non si tratta, com’è stato dichiarato, di una ricerca aperta e senza modelli interpretativi già costruiti, qui dati dalle pagine di fonti storiografiche, tuttavia singoli aspetti che emergono da singole fonti e le correlazioni risultanti disegnano possibili percorsi originali.
• La conclusione è esemplificata qui dalla costruzione di una cronologia. Preme segnalare l’intento di dare un’impostazione di tipo operativo al lavoro degli studenti, che anche con percorsi brevi possono giungere, attraverso le conoscenze date dalla manipolazione delle fonti, ad acquisire gli strumenti per una ricostruzione cronologica. Non marginale l’obiettivo di insistere sul valore delle cronologie, oltre un senso comune in gran parte superato, ma che è utile ribadire, che identificava lo studio delle “date” con modelli di apprendimento della storia nozionistici e meccanici.
• Le pagine di storiografia che abbiamo scelto attingono alla produzione scientifica di specialisti ed escludono opere, pure recenti e di grande diffusione, che non rispondono ai canoni di una ricerca rigorosa. La pluralità dei luoghi di provenienza dell’informazione su contenuti storici è un dato da cui non è possibile prescindere, parte dell’esperienza sull’attualità di insegnanti e studenti. È un argomento di discussione possibile in classe, che può essere utilizzato per ragionare sulla costruzione e la comunicazione di sapere storico, per imparare a distinguere quello che può produrre “il mestiere dello storico” da opere di altri – giornalisti, opinionisti, politici – non per demonizzare alcune forme di uso pubblico della storia, ma per distinguere.

3. Le “fortune di Clio” 10, una sfida per la scuola
La scuola è obbligata a misurarsi con l’uso pubblico della storia, tra l’altro essa stessa, secondo Nicola Gallerano, luogo in cui si fa un uso pubblico della storia. È uno dei molti modi che servono a riflettere sul passato, da una prospettiva che è quella del presente – e questo è un carattere di qualunque storia – soprattutto quando si tratta di un passato recente che, per la sua contiguità con l’oggi, è fortemente intriso delle ragioni della memoria, dei temi stessi della politica11. L’urgenza è data anche dalle inedite “fortune di Clio”: una crescita di attenzione pubblica alla storia, che produce nuove collane editoriali di divulgazione storica, nuove riviste rivolte ad un pubblico di non specialisti, trasmissioni radiofoniche o televisive, in prima o seconda serata, di contenuto storico. Un dato, dunque, incontrovertibile: la moltiplicazione dei luoghi e dei soggetti, divenuti emittenti di una comunicazione storica. Accanto a questo, a partire dal 2000 la sanzione di leggi dello stato come nuova forma di gestione della memoria collettiva ha prodotto in Italia un nuovo “calendario delle memorie”, che rischia di diventare sempre più fitto – e di essere per ciò stesso logorato – se otterranno una data per ricordare tutti i soggetti che ne avanzano proposta. Lasciando ad altre sedi un eventuale giudizio sulla fecondità dell’imposizione del “dovere della memoria”, o la definizione del rapporto con la questione – nuova o, più correttamente, riemersa in Europa – del nesso memoria- identità nazionale?, etnica?), occorre registrare due fenomeni interessanti: il numero di libri, saggi e articoli di addetti ai lavori su questi temi dimostra quanto questo dilagare della memoria abbia funzionato come provocazione a riflettere12; la moltiplicazione di interviste a storici, recensioni di libri su organi di stampa e media ha fatto di storia e memoria e della relazione storia-memoria un argomento di discussione ordinaria13.
In parallelo, rispetto al peso della storia nella scuola italiana si è registrata negli ultimi anni un’inversione di rotta: la si è collocata fuori dal numero delle materie scolastiche giudicate di grande valore formativo; è stata dimenticata l’attenzione verso la storia contemporanea seguita ad un decreto ministeriale del 1996, che innovava i curricoli, affidando all’intero ultimo anno di scuola media inferiore e superiore lo studio del Novecento. L’ultima riforma dei programmi voluta dal ministro Letizia Moratti ha ribaltato questa prospettiva e interrotto un percorso di approfondimento, che aveva impegnato gli insegnanti di tutti gli ordini, e messo in campo risorse umane, finanziarie e culturali, oggi rese inutili dall’introduzione di programmi che per esempio hanno espunto completamente lo studio della contemporaneità dalla scuola elementare. Non è lontana per noi la memoria di un laborioso percorso formativo sulla storia del Novecento, costruito attraverso iniziative ministeriali – corsi residenziali centralizzati, prodotti multimediali, ricerche storico-didattiche, attività decentrate per la formazione di “insegnanti tutor” della disciplina, coordinate da apposite commissioni insediate nei Provveditorati agli Studi. Se questo è il contesto generale, l’attualità in senso stretto offre non pochi argomenti a cui applicare una seria riflessione sul rapporto tra storia e uso pubblico della storia, proprio a partire dall’istituzione, con legge dello stato, della Giornata del ricordo, celebrata per la prima volta nel 2005, sull’esempio di quella che nel 2000 aveva introdotto la Giornata della memoria. Intanto la data: il 10 febbraio, giorno del trattato di pace, firmato a Parigi il 10 febbraio del 1947, che sancì la perdita per l’Italia di vaste zone al confine con la Jugoslavia. Non maggio, o settembre, le date in cui il fenomeno “foibe” si verificò, ma il momento in cui fu sancita in ambito internazionale quella ridefinizione dei confini, che chiamava l’Italia a rendere conto delle politiche dissennate messe in atto nella zona orientale dal nazionalismo fascista. Quasi a voler sottolineare una prima sanzione dell’offesa alla memoria nazionale, ma anche, forse, a sollecitare una coralità ed una condivisione per una memoria ancora sofferta e non conciliata, pari a quella che accompagna ormai la percezione collettiva della Shoah. Le cronache triestine degli ultimi anni hanno spesso riportato echi di momenti celebrativi difficili.
In realtà, la Giornata del ricordo ha messo in movimento un eccezionale impegno mediatico, e proprio averla collocata a ridosso della memoria della Shoah in qualche caso ha addirittura generato la tentazione di una competizione tra gli orrori. Ma anche al di là di questi eccessi, è innegabile che si sia verificata una vera e propria “invasione di campo” da parte della politica. Giovanni De Luna nel primo anno di attuazione della legge metteva in guardia dalla riduzione di queste scadenze istituzionali alla dimensione ossessiva dell’orrore, e dal rischio di provocare una perdita incolmabile: quella della percezione della specificità di ogni fenomeno ed evento storico, coperta da una nebbia che oscura i contesti ed il lungo periodo, facendo emergere esclusivamente l’esito tragico di complessi processi storici: un appello all’emozione, che esclude o marginalizza la comprensione. Le argomentazioni di De Luna colgono lucidamente un disagio reale:

La posta in gioco è altissima: la capacità di trasmettere memoria storica e costruire un sapere storico non appiattito sui luoghi comuni […] è una sfida per gli storici; certo che la tentazione della torre d’avorio è molto forte, certo che viene spontaneo il desiderio di rifugiarsi tra le mura di un’accademia estenuata e sgomenta. Non è possibile. […]. È necessario battersi per ripristinare le ragioni della ricerca, ricondurre la storia alle fonti e ai documenti, restituendo dignità scientifica alle sue argomentazioni”14.

Alcuni anni fa, in un convegno in cui si discusse proprio di uso pubblico della storia e di memoria collettiva, Remo Bodei, prendendo atto della fine delle filosofie della storia, e della sostituzione di tante storie plurali con la s minuscola alla Storia con la S maiuscola, richiamava l’attenzione sulla differenza divenuta molto sottile tra la Storia e il talk show e concludeva con la necessità di “avvicinare la storia come momento di riflessione – e di meditazione – sul passato che interessa, per contrastare la storia da supermercato o la Storia a prezzi stracciati offerta dai media”15. Era ancora il 1999: osservazione profetica, se pensiamo che non c’era ancora il “Porta a porta” sugli argomenti storici più disparati, dalle presenze variamente assortite.
Non è sentita solo oggi da parte degli storici la necessità di misurarsi con la comunicazione, i media, la politica, ma nel tempo sono cresciuti due fenomeni: da una parte l’effetto dirompente delle forme della comunicazione sui suoi contenuti, dall’altra l’irrompere sempre più prepotente della politica.
Per questo è ancora molto utile soffermarsi sulle riflessioni di Nicola Gallerano, che già nei primi anni Novanta aveva saputo interpretare lucidamente il rapporto tra storia e uso pubblico della storia, e cercare di capire quanto sia ancora attuale il suo approccio a questi temi, e quanto ci sia oggi per noi da riconsiderare.
Nel nostro paese la sua è stata una voce autorevole, capace di provocare il mondo della cultura e la società, con rigore e lontano dai luoghi comuni, inserendosi in un dibattito internazionale, che ha avuto molti protagonisti: storici e intellettuali tedeschi nella disputa sul nazismo, i francesi impegnati a discutere sulla rimozione del feroce antisemitismo della Francia di Vichy16.
Gallerano all’inizio degli anni Novanta riflettè molto sulla guerra del Golfo, episodio paradigmatico di forte esposizione mediatica di un evento epocale, la prima guerra che ci toccò da vicino dopo un cinquantennio di pace, e contemporaneamente banco di prova sull’uso strettamente politico della storia: basti ricordare il dibattito che si accese sul parallelo Hitler-Saddam Hussein, come argomento per convincere dell’urgenza di una alleanza internazionale contro l’Iraq. Ma si misurò anche con grande energia con le teorie e le pratiche del revisionismo italiano rispetto a temi come antifascismo e Resistenza17. La sua proposta di interpretazione del rapporto tra storia e uso pubblico della storia tendeva a correggere l’opposizione di principio, suggerita da Jurgen Habermas, per arrivare ad una definizione “larga e dunque debole” di uso pubblico della storia: cioè tutto quello che viene prodotto dai mezzi di comunicazione di massa, ma anche dalle arti e dalla letteratura, da luoghi come la scuola, i musei e gli spazi urbani; poi istituzioni, formalizzate e non (partiti politici, associazioni, gruppi religiosi o altro), con una accentuazione speciale per i politici18.
Gallerano ha invitato a non demonizzare l’uso pubblico della storia, ma a studiarlo, a interpretarlo.
La parte della sua riflessione che mantiene intatto un valore consiste proprio nell’analisi puntuale della complessità del rapporto passato-presente nella cultura e nella società contemporanee, quando descrive uno sradicamento, la cui forma estrema è l’antistoricismo del postmoderno, e insieme rileva le tracce di un’incertezza sul futuro che in qualche caso porta ad enfatizzare l’uso della memoria, con il contributo di tecnologie che amplificano in misura esagerata gli effetti della comunicazione sull’opinione pubblica. Dunque un intreccio tra storia e memoria, uso pubblico di storia e memoria. E, dice qualcuno, abusi della memoria19.
Seguire questa lezione può significare oggi approfondire l’analisi di analogie e differenze tra storia e memoria. Per esempio facendo crescere la consapevolezza dei processi di formazione della memoria collettiva, della responsabilità che hanno nel determinarli istituzioni e media; e poi riducendo la distanza tra i luoghi di costruzione del sapere storico e il pubblico, sia chiedendo agli storici di misurarsi anche con le esigenze della divulgazione, sia introducendo nella scuola la conoscenza e la pratica degli strumenti con cui la conoscenza storica si produce. Su quest’ultimo aspetto c’è purtroppo da rilevare una pericolosa distorsione: in questi ultimi anni di tanto in tanto si sono accese polemiche sui libri di testo. Gli argomenti erano la presenza o l’assenza di eventi, deliberatamente enfatizzati o occultati – così si diceva e si dice ancora – per motivi ideologici. Con la conseguente proposta di adottare forme di censura, che richiamano alla memoria i manuali di regime. Mentre non si è posta sufficiente attenzione sull’opportunità di formare negli studenti l’abitudine alla critica della fonte, passaggio fondamentale del mestiere di storico, ma anche di quello di studente di storia.
Comunque, un confronto tra la quantità di storia contemporanea che arriva attraverso i percorsi di istruzione formale e quanto passa attraverso altri canali è nettamente a favore di questi ultimi. Da qui la necessità far crescere il livello dell’attenzione su quanto i media pesino nella costruzione della memoria collettiva, su quanto abbiano la capacità di far percepire come reale solo ciò che passa attraverso i loro linguaggi. E qui è scontato il riferimento alla potenza della comunicazione televisiva. Ed a quel che fa da sfondo: estrema pervasività, oggettiva passività degli utenti e, perché no, controllo politico del mezzo.
È necessario fermarsi a considerare nella realtà attuale una deriva culturale e delle politiche della memoria che è nuova. Una deriva successiva al quadro dei riferimenti concettuali su cui si fondavano le conclusioni di Gallerano sull’uso politico della storia. Dal suo punto di vista “L’ipertrofia dei riferimenti storici nel discorso pubblico non sembra essere in grado di attivare – e forse neppure lo desidera – la coscienza storica collettiva a fini di costruzione di consenso”. Tanto che – ancora Gallerano – “la storia è solo bacino di pesca di esempi più o meno casuali utili alla polemica dell’ultima ora” e non un campo di costruzione di grandi narrazioni coerenti e ideologiche o almeno di costruzione di senso”20.
A correggere questa immagine – riduttiva rispetto al presente – è sufficiente guardare a quello che è il rapporto attuale tra costruzione di narrazioni storiche che passano attraverso i mezzi di comunicazione di massa-pubblicopolitica- storiografia. E confrontare queste relazioni con quanto accadeva in un passato neanche tanto lontano. Un esempio di questo: tra fine anni Ottanta e primi Novanta si sviluppò una filmografia e una produzione televisiva sulla Rivoluzione francese: dal Danton di Waida – precedente, ma oggetto di attenzione soprattutto allora – a produzioni di livello meno alto, comunque specchio di uno sguardo fortemente critico sul giacobinismo e parallelamente strumento per sancire una serie di riabilitazioni. Si accese un dibattito ampio, il tutto all’interno di una stagione di complesse ridiscussioni storiografiche e nel cuore di una cesura storico-politica di portata non solo nazionale. C’era, in quel dibattito, un’eco forte, decisiva, di un lavoro degli storici, c’era una dignità culturale capace di fare i conti con le pressioni della politica. Il raffronto con l’oggi dà senso all’immagine della deriva. Quanto ha pesato la ormai consolidata stagione di studi sulla storia del Confine orientale nella produzione della sceneggiatura della produzione televisiva sul tema delle foibe, dal titolo “In fondo al pozzo”, prodotta dalla RAI nel 2005? Credo che si possa dire che no, non ha avuto il benché minimo peso. Il clamore sui silenzi – che ci sono stati, e da parte di tutti –, ha oscurato un lavoro di ricerca, che oggi riesce con fatica a far sentire la sua voce nelle poche sedi dove le parole degli storici non vengono zittite dal prevalere del discorso politico. Per tornare alla fiction, al di là delle molte osservazioni che si possono fare sulla rappresentazione della tragedia istriana – sulle confusioni, sui lapsus che evocano un impianto di pensiero sostanzialmente nazionalista – sembra utile richiamare un concetto, che abbiamo letto sulla stampa in un articolo appassionato di Enzo Collotti:

“Al singolo, vittima di eventi più grandi di lui, può anche non importare capire l’origine delle sue disgrazie; ma chi fa responsabilmente il mestiere di politico o anche più modestamente quello dell’educatore deve avere la consapevolezza dei messaggi che trasmette, deve sapere che cosa significa trasmettere un messaggio dimezzato, unilaterale”21.

Ma qui quel che è successo è la traduzione immediata di una o più memorie individuali in ricostruzione storica – la prima che sia stata rivolta ad un pubblico vasto, e con un’intenzione di diffusione di coscienza e conoscenza, oltre che di risarcimento dell’offesa. La memoria di chi dalla sofferenza ha tratto solo – e comprensibilmente – rancori. Ma la memoria collettiva non è la somma di tante memorie individuali, di tanti dolori e rancori, è qualcosa di più complesso, che si forma col contributo delle comunità, delle istituzioni, di un senso alto di responsabilità civile.
In sintesi, ragioni di parte rischiano di usare il dolore dei singoli, esibendolo come un trofeo. Né più né meno di quanto è avvenuto quando quel dolore è rimasto sotto silenzio e hanno taciuto tutti. Mentre è necessario riflettere sulle ragioni dei silenzi, su “dolore ed esilio” a lungo ignorati. La memoria delle popolazioni vittime delle violenze degli anni tra 1943 e 1945 è rimasta rinchiusa nei confini locali; gli esuli, accolti generosamente o rifiutati, non hanno trovato (o cercato?) ascolto, mostrando anche in questo caso – più studiato e noto è il fenomeno della parola e dell’ascolto rispetto ai superstiti della Shoah – la complessità dell’intreccio tra memoria, oblio, rimozione da parte delle vittime e volontà di ascolto da parte delle comunità e delle istituzioni. Nelle polemiche ricostruzioni dei silenzi che si tentano, si insiste sulle responsabilità di alcuni soggetti, in particolare sul rifiuto dei partiti e della cultura di sinistra; in realtà le stesse istituzioni statali italiane, le stesse forze politiche della destra o del centro hanno assecondato questi silenzi, per un insieme di ragioni, non ultima il contesto della guerra fredda, che sconsigliava ai governi italiani una rottura dei rapporti con la “dissidente” Jugoslavia. Oggi è in atto, oltre ad un percorso non facile ma comunque importante di recupero della memoria, oltre ad una sistematizzazione della ricerca storiografica, un confronto tra storie e memorie dei paesi del confine, soprattutto tra italiani e sloveni – più difficile il confronto con la memoria e la storia croate22. È auspicabile che tutto questo produca influssi positivi anche nei modi concreti della convivenza tra popolazioni delle zone di confine e comunque tra cittadini dei paesi dell’Europa23, così come l’ascolto delle memorie e la conoscenza delle storie faccia crescere la consapevolezza delle comunità che accolsero quanti furono espulsi dai loro luoghi.

NOTE
1 La redazione del “pacchetto” in forma di materiali grigi è avvenuta tra novembre 2005 e 10 febbraio 2006, data in cui è stato consegnato agli insegnanti di storia delle scuole medie superiori della provincia di Grosseto. Per questa pubblicazione i materiali sono stati rielaborati nella struttura e arricchiti.
2 Tra le ultime pubblicazioni, un’opera di grande valore e utilità, promossa dagli Istituti di Trieste, Udine e Pordenone, dal Centro Isontino di Ricerca e Documentazione Storica e Sociale di Gradisca e dalla Presidenza del Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia: l’Atlante storico della lotta di liberazione in Friuli Venezia Giulia. Una Resistenza di confine 1943-45 (Lithostampa,
Pasian di Prato-Udine, 2005).
3 Progettato e originariamente proposto dall’Istituto di Trieste, il convegno si è trasformato in un’iniziativa nazionale, destinata a insegnanti e borsisti della Scuola Superiore di storia contemporanea dell’INSMLI, di cui sono stati protagonisti, oltre all’Istituto di Trieste, l’INSMLI(Istituto nazionale per la storia del Movimento di Liberazione in Italia) e l’ISTORETO (Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea Giorgio Agosti di Torino). Hanno avuto un ruolo nella realizzazione, ciascuno secondo il proprio specifico, Regione Piemonte e Banco San Paolo. Il nostro lavoro ha preso corpo dopo la partecipazione di Laura Benedettelli e Matteo Fiorani al convegno di Torino.
4 R. Marchis (a cura di), Le parole dell’esclusione. Esodanti e rifugiati nell’Europa postbellica. Il caso istriano, Edizioni SEB 27, Torino 2005, p. 12.
5 G. Crainz, Il dolore e l’esilio, Donzelli editore, Roma 2005, p. 5.
6 Pedrag Matvejevic, esule dalla ex-Jugoslavia, vive a Roma e lì è docente di letterature slave, all’Università La Sapienza. Tra i volumi pubblicati in Italia sui temi che qui ci interessano, da cui sono stati tratti alcuni brani (cfr. pp….), IlMediterraneo e l’Europa, Garzanti, Milano 1998 e Mondo ex e tempo del dopo. Identità, ideologie, nazioni nell’una e nell’altra Europa, Garzanti, Milano 2006.
7 R. Ivekovic, La balcanizzazione della ragione, Il Manifestolibri, Roma 1995, p. 13.
8 La ricca letteratura sulla didattica laboratoriale è nota agli insegnanti e ci solleva dall’obbligo di una rassegna bibliografica. Segnaliamo solo un volume di recentissima pubblicazione, che contiene contributi di sicuro interesse, note introduttive di due tra le voci più autorevoli sul tema in questione (Scipione Guarracino e Ivo Mattozzi) e un’ampia bibliografia: P. Bernardi (a cura di), Insegnare storia. Guida alla didattica
del laboratorio storico, UTET Università, Torino 2006.
9 Com’è ovvio, sono i contesti culturali e sociali a costituire una delle variabili più significative rispetto alle trasformazioni delle forme di trasmissione del sapere storico: gli anni Settanta hanno prodotto un’attenzione maggiore alla contemporaneità ed hanno visto l’ascolto di nuovi soggetti sociali, cui la storiografia solo raramente aveva saputo dare voce. Da qui la pratica dell’intervista a protagonisti e testimoni. Oggi le immagini, prodotte e distribuite attraverso la pluralità di mezzi con cui conviviamo quotidianamente, arricchiscono l’insegnamento della storia, nel momento in cui obbligano i docenti a misurarsi con altri linguaggi. C’è chi, come il linguista Raffaele De Simone, ha tradotto questo fatto nella teorizzazione di una “terza fase” della storia delle forme di conoscenza, iniziata da quando “alla fine del XX secolo siamo gradualmente passati da uno stato in cui la conoscenza evoluta si acquisiva soprattutto attraverso il libro e la scrittura (cioè attraverso l’occhio e la visione alfabetica o, se preferiamo, sequenziale) a uno stato in cui essa si acquista anche – e per taluni soprattutto – attraverso l’ascolto (cioè l’orecchio) o la visione non alfabetica (che è una specifica modalità dell’occhio), cioè attraverso l’intelligenza simultanea” (R. De Smone, La terza fase. Forme di sapere che stiamo perdendo, Laterza, Roma-Bari 2000, p. 21).
10 Le fortune di Clio è il titolo di un convegno destinato soprattutto agli insegnanti, organizzato a Grosseto dall’Istituto storico grossetano della Resistenza e dell’età contemporanea, l’11 febbraio 2005.
11 Una ricerca didattica promossa e coordinata dal Ministero dell’Istruzione e dall’INSMLI, tra 2000 e 2002, ha avuto come tema Memoria e insegnamento della storia contemporanea, giungendo a “risultati di grande rilevanza metodologica e di pratica didattica”. Gli esiti di quel lavoro sono presentati in un volume che affronta i temi dell’intreccio tra memoria e storia insegnata, tra mass media e passato: G. Bertacchi, L. Lajolo, L’esperienza del tempo. Memoria e insegnamento della storia, EGA Editore, Torino 2003.
12 È recensito “fresco di stampa” un libro dal titolo accattivante L’etica della memoria, del filosofo israeliano Avishai Margalit, che contiene domande come: “la memoria condivisa è involontaria come i muscoli del cuore o è volontaria come quelli delle mani?” (A. Massarenti, Ricordarti dipende da te?, ” Il Sole-24 Ore Domenica”, 21 gennaio 2007).
13 Provocatorie, ma capaci di sollevare interrogativi critici importanti le risposte dello storico Dan Diner in un’intervista, quando introduce il “cortocircuito tra memoria europea e memoria coloniale” rispetto alla seconda guerra mondiale, esemplificato da un evento: l’8 maggio del 1945, data della resa della Germania, ma anche di un massacro di almeno 15.000 algerini che partecipavano alla festa per la fine della guerra, trasformatasi in rivolta duramente repressa dai francesi, a cui chiedevano l’abolizione dello statuto coloniale (La memoria la rabbia, colloquio con Dan Diner di Wlodek Goldkorn, “L’espresso”, 18 gennaio 2007, pp. 100-2).
14 “La Stampa”, 7 febbraio 2005.
15 R. Bodei, La fine delle filosofie della storia, in: Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea in Ravenna e provincia, Senz@memoria Riflessioni sull’uso pubblico della storia,Tipografia moderna, Ravenna 2000, p. 12.
16 Uno sguardo sintetico, ma penetrante sul dibattito in questione rispetto all’Europa è in: G. Calchi Novati, L. Canfora, E. Collotti, M. Flores, N. Gallerano, L. Passerini, Politiche della memoria, Manifestolibri, Roma 1993.
17 Una raccolta di articoli e saggi è contenuta in una pubblicazione postuma: N. Gallerano, Le verità della storia. Scritti sull’uso pubblico del passato, Manifestolibri, Roma 1999.
18 Ivi, pp. 37-9.
19 Cfr. T. Todorov, Les abus de la Mémoire, Arlea, Paris 1995 e C. Mayer, Un eccesso di
memoria ? Riflessioni sulla storia, la malinconia, la negazione, “Parolechiave” n.9, 1995.
20 N. Gallerano, Storia e uso pubblico della storia, cit., p. 54.
21 “Il Manifesto”, 11 febbraio 2007.
22 È il punto di vista di Raoul Pupo, che ha diretta esperienza del confronto, per aver lavorato nelle commissioni miste accanto a storici dei due paesi.
23 Uno degli ideatori della Brigata friulana Osoppo, don Aldo Moretti, ha riassunto in una
formula semplice la lezione che i cittadini d’Europa dovrebbero trarre dalle lacerazioni e dai lutti seminati da nazionalismi e politiche sciaguratamente aggressive, scrivendo in una lapide «che avrebbe voluto mettere in lingua latina, in una lingua universale, sulla baita dove fu compiuto l’eccidio [di Porzûs]: “I fatti di sangue qui compiuti il 7 febbraio 1945 ammoniscono noi, cittadini d’Europa, che vanno rispettate ogni comunità di qualunque popolo, e la patria e la nazione”» (A. Nuvoli, Recensioni e schede, in “Storia contemporanea in Friuli”, anno XXXV, 2005, p.223.


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