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Guerre civili nell'Europa del ‘900

A cura di Caterina Albana e Paolo Carmignani
Editrice “Il mio Amico”, Roccastrada 1999

Indice:
Introduzione - Caterina Albana e Paolo Carmignani
Le guerre civili in Europa – Claudio Pavone
Il caso della Spagna – Gabriele Ranzato
Una guerra civile in Germania tra le due guerre? – Gustavo Corni
La Jugoslavia: una guerra civile lunga un secolo – Teodoro Sala
Guerra civile e conflitto etnico: italiani, croati, sloveni – Raoul Pupo
Cinema e guerra civile: un confronto scomodo – Pierre Sorlin

Il volume raccoglie gli atti del convegno Guerre civili nell’Europa del Novecento, tenutosi a Grosseto dal 21 al 23 febbraio 1997 e organizzato dall’Istituto Storico Grossetano della Resistenza e dell’Età Contemporanea, in collaborazione con istituzioni scolastiche e Comune di Grosseto. Si riporta l'introduzione al volume, a cura di C.Albana e P.Carmignani.

 

Si riporta l'introduzione al volume, a cura di C.Albana e P.Carmignani:
Il tema delle guerre civili è, nella storia del XX secolo, fra quelli che possiedono la caratteristica di produrre concatenamenti, relazioni e interconnessioni con una tale serie di eventi e questioni, da configurare, una volta che sia stata elaborata la rete degli intrecci, una storia complessiva dell’epoca. Non si tratta quindi propriamente di un tema, ma di una chiave interpretativa, di una prospettiva per mezzo della quale si tenta di interpretare la storia del novecento.
Non siamo quindi di fronte ad un evento, ma alla ricerca di un senso; ricerca tanto più urgente, quanto più si fa evidente non solo la cronologica, effettiva conclusione del secolo, ma anche la necessità di rispondere a precisi interrogativi, posti dai problemi del presente.
Indipendentemente dalle possibili scelte di metodo storiografico o concezioni della storia, siamo infatti di fronte a domande: poste dagli storici, come vedremo, ma poste anche agli storici e a chiunque si occupi di storia.
Il convegno di cui presentiamo qui gli atti si è tenuto nel febbraio del 1997. Nemmeno due anni prima, gli accordi di Dayton (novembre 1995) avevano concluso il conflitto apertosi in Jugoslavia nel 1991; due anni dopo, la repressione serba in Kosovo e la guerra che ne è scaturita, cessata nel giugno 1999, hanno continuato a tenere vivissima l’attenzione sulle tensioni dell’area balcanica. Si è trattato di guerre civili? E se è così, che cosa sono le guerre civili, e prchè sono più violente, più brutali, più devastanti delle “tradizionali” guerre fra Stati?
Elaborare una precisa definizione della categoria storica di guerra civile è tuttavia impossibile, come emerge dalla relazione introduttiva di Claudio Pavone, sia perché è difficile individuare una definizione che sia al tempo stesso generale e rigorosa, sia per le resistenze di natura emotiva di fronte all’uso di un termine che evoca ricordi dolorosi o persino ripugnanti, sia infine per le ragioni politiche, che inducono ogni nuovo sistema di governo a rifiutare l’idea di avere una guerra civile fra le proprie origini. Analogamente, è difficile essere netti nella individuazione della principale “vittima” della guerra civile: è lo stato o la società? Se per alcuni studiosi ciò che risulta spezzato dalla guerra civile è sicuramente lo stato nella sua primitiva ed essenziale qualità di unico detentore del monopolio della violenza, per altri è invece la società la vera vittima della guerra civile, dal momento che questa rompe persino i legami familiari: solo gli antagonismi e gli odi tipici del contesto sociale, del resto, possono spiegare quel “di più” di violenza che è presente nelle guerre civili.
Non si tratta di questioni irrilevanti, se infatti è chiaro che la guerra è “civile” in quanto spezza la civitas, si tratta allora di decidere che cosa si intenda per “civitas”: lo stato? La nazione? La società? L’insieme dei valori culturali che accomunano un’area? Se la civitas è lo stato, parlare edi guerra civile europea a proposito della seconda guerra mondiale è assurdo; se invece pensiamo alla civitas come all’insieme dei caratteri di una civiltà – il suo patrimonio culturale e scientifico, per esempio – la seconda guerra mondiale fu certamente una guerra civile, in cui, all’interno di un contesto condiviso, si contrapposero due modelli di civiltà radicalmente differenti.
Se è guerra civile quella interna ad una nazione, lo è dunque anche quella che contrappone due modelli politico-ideologici. Mentre le guerre civili dell’antichità si combattono per il potere, quelle della modernità hanno, dalla rivoluzione francese in poi, l’obiettivo di imporre all’avversario il modello di civiltà in cui crede il vincitore. La relazione di Gabriele Ranzato attinge alle categorie storiche della guerra civile per spiegare la guerra di Spagna, cui è dedicata, ma al tempo stesso adopera il caso della Spagna per chiarire e ampliare le categorie della guerra civile, in modo da individuare i caratteri che fanno della seconda guerra modiale, appunto, una “guerra civile europea”. La guerra civile spagnola infatti ha certamente una sua natura locale, legata allo scarso radicamento della liberaldemocrazia nel paese e alla assuefazione ai “pronunciamenti” militari; ma prefigura e anticipa la seconda guerra mondiale: in essa vi è il primo scontro fra democrazia e fascismo; vi è l’intervento determinante di potenze straniere – paragonato anche a quello che, nell’antichità, contrappose Atene e Sparta nelle guerre di difesa delle rispettive città satelliti – che cambia le sorti del conflitto. Vi sono, infine, il carattere “epurativo” e quella “violenza senza aggettivi” che contraddistingueranno presto la guerra mondiale. La “violenza senza aggettivi” ha poi un rilievo tutto particolare: non si vogliono certo accomunare le responsabilità dell’una e dell’altra parte, ma indubbiamente – come si nota in questa e in tutte le altre relazioni – la violenza risulta nel corso delle guerre civili del Novecento una protagonista autonoma, a sé stante, che non funge da strumento ma anzi sembra imporre la sua logica e i suoi strumenti a tutti i protagonisti.
Vi fu guerra civile in Germania? Vi fu sicuramente una situazione assai vicina alla guerra civile – afferma Gustavo Corni, che dedica il proprio intervento alle tensioni politiche presenti nella Repubblica di Weimar, attraverso un’analisi particolareggiata di alcune fasi della storia della repubblica – ma solo negli anni ’18-’20. E’ una guerra civile soprattutto di natura ideologica, per le forti pressioni della sinistra verso la SPD e per l’insofferenza delle destre verso la stessa repubblica, mai accettata. La SPD, riformista e ostile alla rivoluzione, ha di fatto impedito che una guerra civile vera e propria scoppiasse, attraverso l’uso, non sempre controllato, dei corpi franchi per reprimere l’estremismo di sinistra. Non si può invece parlare di guerra civile per il putsch di Monaco, né per le tensioni che precedono l’ascesa al potere da parte di Hitler, sostanzialmente determinata dalle conseguenze della crisi del ’29.
Non una, ma più guerre civili sono invece presenti nella Jugoslavia, tanto che Teodoro Sala, nella sua relazione, propone di definire i Balcani non più “polveriera” bensì “laboratorio bellico” dell’Europa del Novecento. Poiché un unico stato jugoslavo è esistito, peraltro con caratteri e territori diversi, solo in alcuni periodi (1918-1941, 1945-1991, dal ’92 la sola Federazione Serbo-Montenegrina), nei Balcani non si disgrega un’entità statale, ma si ha il prolungamento di un conflitto precedente intercorso fra culture e popoli diversi, all’interno della quale si inseriscono vari interessi: quelli locali, quelli delle grandi potenze, quelli degli stessi stati balcanici. Nessuna pace risulta davvero “pacificante” e forse questo spiega l’assuefazione di questi popoli all’uso delle armi e della violenza come mezzo di risoluzione dei contrasti. Di particolare interesse l’analisi condotta dallo studioso sulla ostilità dell’Italia – sia di quella liberale che di quella fascista – all’esistenza di uno stato jugoslavo e sul suo appoggio al terrorismo degli ustascia. La guerra civile risulta quindi violenza aggiunta alla violenza posta in essere dagli occupanti nazifascisti.
Al duplice senso del concetto di guerra civile, al duplice o anzi molteplice senso del concetto di civitas, corrisponde una duplice concezione dell’appartenenza nazionale, conoscere la quale – ha sostenuto nella sua relazione Raoul Pupo – è indispensabile per comprendere gli episodi di violenza che, nel corso della seconda guerra mondiale, si registrano al confine tra Italia, Slovenia e Croazia. L’appartenenza nazionale è per gli italiani una scelta, mentre per gli jugoslavi la nazione coincide con l’etnia. Lo storico distingue i vari contesti che, a partire dall’Ottocento, vedono confrontarsi identità italiana e slava. Certamente, è la politica di assimilazione culturale portata avanti dal fascismo a indurre sloveni e croati a identificare l’Italia e il fascismo e a vedere in ogni italiano un nemico. Ma la violenza che culmina nelle foibe del ’43 e poi in quelle del ’45, se da un lato è frutto del risentimento anti-italiano diffuso fra gli slavi, dall’altro esprime l’intenzione politica del nuovo regime comunista titino di eliminare dall’Istria tutti coloro che possono risultare ostili al comunismo nazionalista jugoslavo. All’interno di questo complesso intreccio, si segnalano episodi di “guerra civile” di tipo diverso: il contrasto fra partigiani italiani comunisti filosloveni e partigiani italiani non comunisti più attenti alla difesa dell’italianità delle terre di confine. Nelle stragi di italiani, insomma, è difficile distinguere l’elemento della “pulizia etnica” da quello della eliminazione di un nemico, in ragione del consolidamento del nuovo totalitarismo comunista.
Se in Europa vi è stata una guerra civile, il cinema sembra essersene accorto decisamente tardi. Fino agli anni Settanta, autori e registi hanno fornito della Resistenza una immagino spesso qualitativamente elevata, ma anche deformata e, potremmo dire, manichea. Il cinema – ha sostenuto, nella relazione conclusiva, Pierre Sorlin – non ha trasposto sullo schermo né il conflitto di classe presente nella lotta resistenziale, né il suo carattere di guerra civile. Fra le eccezioni, il Novecento di Bertolucci. Domina, all’interno di prodotti peraltro molto diversi fra loto, un unanimismo patriottico che, forse, possiamo ricondurre al disagio emotivo che l’idea di guerra civile porta con sé, come ha segnalato Pavone. Al punto che i tentativi della Cavani, di Malle, dello stesso Bertolucci, di individuare l’origine psicologica dell’adesione ad un’idea sono stati generalmente contestati. La presenza della guerra civile, come stato ferino e drasticamente in-civile, trova spazio invece ne La notte di San Lorenzo dei Taviani, cui è dedicata un’articolata analisi. Il film amplia il senso del concetto di guerra civile, visto, quasi antropologicamente, come momento di rottura rispetto alla legge e alla civiltà, come violenza pura, ancora una volta “senza aggettivi”; quindi riflette un mutamento nella prospettiva storiografica, che sembra rinunciare alle pretese di razionalizzazione dei fatti e anzi prende atto dell’impossibilità di elaborare spiegazioni logiche dell’agire dei gruppi umani.
La guerra civile è dunque logicamente inspiegabile? Certamente no; occorre però, sicuramente, di fronte ai suoi molteplici aspetti, adoperare logiche altrettanto molteplici.
(Caterina Albana e Paolo Carmignani)


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