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La persecuzione degli ebrei nella provincia di Grosseto nel 1943-44

Vedi anche la scheda della pubblicazione a cura di Enzo Collotti

 

A cura di Luciana Rocchi
Editrice “Il mio Amico”, Roccastrada 2002 (prima edizione 1996)

Indice:
Presentazione - Lio Scheggi
Introduzione – Francesco Chioccon
La persecuzione degli ebrei nella provincia di Grosseto nel 1943-44 – Luciana Rocchi
Cronologia generale
Cronologia locale
Il censimento degli ebrei grossetani
Sequestro delle proprietà e dei beni ebraici nella provincia di Grosseto
La gestione dei beni ebraici
Il campo provinciale di internamento di Roccatederighi
Una testimonianza dal campo di internamento di Roccatederighi
Lista degli ebrei identificati, deportati da Roccatederichi ad Auschwitz

La persecuzione degli ebrei nella provincia di Grosseto nel 1943-44
“Il 18 giugno 1944 va pure ricordato per l’arrivo di Lelio e Edda a Roccatederighi dopo un viaggio di 9 giorni percorso a piedi tra le macchie ed a fianco della guerra, giunti in stato pietoso. Il 14 giugno lelio riparte per Pitigliano, via Grosseto-Arcidosso, parte a piedi, parte con mezzi di fortuna (1)”.
Si conclude così, con il ricongiungimento ai figli ed il ritorno, l’odissea della famiglia di Azeglio Servi, nella scarna descrizione offerta da una delle quattro pagine del diario, che scrisse durante i sette mesi della sua prigionia nel campo di internamento di Roccatederighi.
La vicenda della famiglia Servi (2) può ben rappresentare il vissuto di molti altri ebrei, residenti nella provincia di Grosseto, dall’emanazione delle leggi razziali in Italia, nel novembre 1938, all’inizio della persecuzione delle vite, avviata nel novembre 1943 con l’applicazione della nuova legislazione della Repubblica Sociale Italiana sugli “appartenenti alla razza ebraica”, alla Liberazione, avvenuta nel giugno 1944. Anche se non per tutti ci fu un lieto fine: 33 furono i deportati nei campi di sterminio del Reich; di questi 29 non tornarono.
La presenza ebraica nella provincia di Grosseto non era particolarmente significativa; il censimento del 1938 ne contava 149 (3), di cui 68 residenti a Pitigliano (4), sede nei secoli passati di una numerosa e attiva comunità ebraica, che dalla fine dell’800 aveva conosciuto un rapido e cospicuo processo di emigrazione (5). L’assimilazione degli ebrei grossetani prima del 1938 era quella stessa, che è documentata in tutta l’Italia da: partecipazione alla vita civile, appartenenza allo stato nazionale (compresa da parte di molti una sostanziale accettazione del regime fascista) (6), serena convivenza con la comunità cattolica. La comunità ebraica di Pitigliano, proprio in ragione di una secolare permanenza nel luogo, offre un esempio di pacifica coabitazione, che si manifesta con un rapporto di collaborazione tra le autorità religiose cattoliche ed ebraiche e di armonia tra i membri delle due comunità.
Ma il clima cambiò, se già nell’estate del 1938 un professionista di Pitigliano veniva convocato dal Prefetto di Grosseto per fornire spiegazioni in merito ad un articolo, che aveva pubblicato proprio su “l’unione tra ebrei e cristiani” a Pitigliano (7). La lettera che costui inviava il 23 giugno al Prefetto è un esempio di trasformismo: quell’armonia, che gli era apparsa prima un valore, nelle giustificazioni che si sente obbligato a dare è rappresentata con un nuovo linguaggio, allusivo ed ambiguo. Descrive “un incrocio cristiano-ebraico: le due razze si sono mischiate, impastate”; denuncia un “morboso desiderio” degli ebrei, che “per spregio si accoppiavano volentieri a cristiane e specialmente a vergini cristiane”, che avrebbe “infettato” anche i cristiani, che, però, “han meglio quattrini per soddisfarlo”.
In un altro luogo della provincia, a Monte Argentario, un altro episodio documenta la nuova atmosfera. In una lettera al Prefetto di Grosseto (8), il 13 novembre 1938, il Podestà di Monte Argentario espone un problema: si è insediata da tre anni, in un edificio acquistato dalla colonia israelitica Pitigliani di Roma, una colonia estiva, che ospita ragazzi ebrei “contro l’unanime sentimento di questa popolazione, tutta cattolica”. Poiché le recenti direttive in materia razziale hanno trovato, sostiene il Podestà, “piena corrispondenza in questo popolo, tali ebrei sono indesiderabili, e non si gradirebbe il loro soggiorno in questo Comune, sia pure limitato al breve periodo estivo”. Conclude prospettando la trasformazione della colonia in albergo, grazie alla volontà di alcuni cittadini disposti ad acquistare l’edificio.
Mentre si verificavano questi episodi, prende corpo nella provincia di Grosseto una campagna di stampa dai toni beceri ed aggressivi su La Maremma, il foglio d’ordini del Partito Nazionale Fascista locale (9). Vi compaiono con sempre maggiore frequenza articoli, che alternano disquisizioni teoriche sul tema della razza, esaltazione delle misure adottate dal governo fascista, denunce dei vizi degli ebrei. Sono limitatissimi i riferimenti alla realtà locale. Ma c’è un articolo, che merita di essere segnalato per un’interpretazione del carattere tipico della “razza italiana”, che secondo l’autore va ricercato nelle campagne maremmane, la cui popolazione rimane da sempre attaccata alla sua terra (“esistono famiglie che abitano lo stesso podere da mille anni”) (10). Qui, senza accenti eroici, razzismo è: fedeltà alla terra, al lavoro, alla famiglia, e questa fedeltà i maremmani la incarnerebbero perfettamente. Sono espressioni, che probabilmente tendono a sollecitare una partecipazione attiva alla politica razziale in una popolazione, che “continua ad essere indifferente alla questione razzista”, come recita la relazione mensile del Questore di Grosseto del gennaio 1939 (11).
Nell’insieme, dunque, una propaganda accanita della sezione grossetana del Partito Nazionale Fascista, lo zelo delle autorità locali, l’indifferenza delle popolazioni, che dobbiamo interpretare – in riferimento ai due episodi citati – come disponibilità, in un caso a subordinare il rispetto per i diritti di cittadini italiani a pieno titolo ad un tornaconto, nell’altro ad inchinarsi trasformisticamente all’autorità fascista, che ora “con senso di giustizia e di saggezza cristiana, vigila” (12). Anche l’autorità religiosa, a Pitigliano, sembra voler prendere le distanze dalle fitte e buone relazioni del passato tra le due comunità, se il vescovo rimprovera alcuni suoi parroci per un eccessivo contatto con gli ebrei del luogo. Le testimonianze di ebrei grossetani attestano da parte loro, dopo le leggi, la lenta percezione di un cambiamento di stile nei rapporti, ma non per manifestazioni di aperta ostilità, piuttosto per le condizioni oggettive di esclusione – per esempio dalla scuola – e per un graduale indebolimento delle relazioni sociali (13). Durante gli anni della guerra, a Grosseto non esiste ancora, come altrove, in Italia (14), un luogo destinato all’internamento degli ebrei stranieri e degli italiani giudicati pericolosi (15), ma è documentata la presenza di alcuni ebrei in carceri della provincia di Grosseto.
Nel momento in cui, con uno dei suoi primi atti, la RSI indurisce le misure persecutorie contro gli ebrei (16), passando con un netto salto di qualità dalla persecuzione dei diritti alla persecuzione delle vite, la presenza di ebrei nella provincia di Grosseto è ulteriormente diminuita. L’unico dato certo di cui disponiamo è un aggiornamento del censimento, dei primi mesi del 1944, che conta 100 ebrei residenti (17). Dunque, ancora un’oggettiva marginalità del problema ebraico, ma, nonostante ciò, uno speciale accanimento delle autorità repubblicane nell’adozione delle nuove pratiche di controllo, esclusione, persecuzione. Tra ottobre e novembre del ’43 l’esercito occupante tedesco ha già avviato rastrellamenti e deportazioni di massa nel territorio della RSI. Il 14 novembre, la Carta di Verona del Partito Fascista Repubblicano dichiara che “gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri, dunque durante la guerra appartengono a nazionalità nemica”. Il 30 l’ordine di polizia n.5, firmato da Buffarini Guidi, dispone arresto e internamento di tutti gli ebrei, per cui debbono essere istituiti, laddove non esistono, nuovi campi provinciali per accoglierli. Il 5 dicembre il campo di prigionia di Fossoli di Carpi è trasformato in campo di concentramento per ebrei, luogo di raccolta ed attesa di ciascuno dei numerosi convogli, che trasferiranno nei campi di concentramento del Reich la maggior parte degli oltre 6000 ebrei deportati dall’Italia (18). Nell’applicazione delle nuove norme, i rappresentanti locali del governo della RSI procedettero di concerto con le autorità politiche e militari tedesche in Italia, ma dopo il novembre 1943 l’iniziativa diretta fu soprattutto italiana, salvo per l’intervento tedesco nell’organizzare la deportazione (19).
La singolarità del caso grossetano appare evidente dalla cronologia degli eventi. Tra 16 e 17 novembre furono emanati i primi tre decreti, che disponevano congelamento e sequestro dei beni di cittadini di razza ebraica (20). Il 16 novembre fu sequestrata la prima proprietà terriera: la tenuta della Società Paganico, nel cui consiglio erano presenti, anche se non in maggioranza, ebrei. La corrispondenza tra le istituzioni locali e il presidente della Società, il marchese Serlupi Crescenzi (21), attesta lo stupore che accolse il provvedimento. Serlupi denuncia, alternando le proteste agli attestati dei fedeltà al regime, l’assenza di precise disposizioni in merito ed esprime fiducia in un atto di clemenza. Ma gli si risponde con una secca conferma del sequestro (22). A questo seguono nel giro di pochi giorni sequestri di depositi bancari, di aziende commerciali, e di altre proprietà agrarie e infine delle case di abitazione. Il 8 dicembre è istituito l’EGELI (Ente di gestione e liquidazione immobiliare), incaricato di operare verifiche sulla posizione razziale dei proprietari di beni mobili e immobili, di nominare stimatori e liquidatori, di gestire il cospicuo patrimonio risultante dai sequestri. Si trattò di una risorsa per le finanze pubbliche della RSI, la cui situazione fu sempre precaria, ma anche di un mezzo per favorire con un ruolo ed uno stipendio una clientela locale. Parte del denaro incamerato confluì anche nelle casse del PFR, parte fu indebitamente distratto da responsabili dell’EGELI e dallo stesso capo della Provincia, come documentano le inchieste per malversazioni, aperte dalla Prefettura di Grosseto nell’estate del 1944 (23).
Ma il capitolo più doloroso fu quello degli arresti e dell’internamento. Il 24 novembre ebbero inizio i lavori per l’installazione di un campo provinciale, in un’ala della sede estiva del Seminario vescovile di Roccatederighi, nel comune di Roccastrada; il 27 avvennero i primi arresti nel territorio provinciale; il 28 il campo cominciò a funzionare (24). Tutto questo – la complessa messa in movimento della macchina della persecuzione – in anticipo rispetto all’ordine di polizia n.5, del 30 novembre, e senza alcun intervento da parte del Comitato territoriale militare germanico.
Tutti gli atti che dispongono l’applicazione delle singole misure, portano la firma di Alceo Ercolani, che fu capo della provincia di Grosseto dall’ottobre 1943 al giugno 1944. Originario di Viterbo, era stato nel 1940 Federale di Treviso, quindi ispettore della Gioventù Italiana del Littorio a Roma, prima di partire volontario per la campagna di Russia, dove fu maggiore del III reggimento Bersaglieri e si guadagnò una medaglia d’argento al valor militare. Dopo la fuga da Grosseto, fu Presidente dell’Ente Nazionale profughi a Milano, fino alla Liberazione. Subì una condanna severa per omicidio e collaborazionismo, pronunciata dalla Corte d’Assise straordinaria di Grosseto il 18 settembre 1946, che scontò solo in minima parte. Ebbe nel 1953 una nuova, lieve condanna per bancarotta, ma nel 1962 il Tribunale Supremo Militare rispose positivamente ad una sua istanza di riabilitazione (25). Dagli atti del processo di Grosseto emerge la ferma decisione, con cui perseguì i renitenti alla leva (in un rapporto del Comando militare territoriale germanico la sua azione era stata segnalata come “eccellente”) (26). Tra I capi d’imputazione, il più grave è la responsabilità nell’uccisione di undici giovani renitenti alla leva, arrestati e fucilati dopo un processo sommario a Maiano Lavacchio, presso Grosseto. Dopo la strage, Ercolani scrisse un compiaciuto elogio per gli esecutori e propose per loro una ricompensa in denaro (27), mentre censurò il Questore di Grosseto, che aveva espresso gravi riserve per la ferocia di questo atto (28).
Se analizziamo i singoli atti relativi alla persecuzione degli ebrei, troviamo in rapidissima sequenza, con sistematicità, i provvedimenti di Ercolani finalizzati al sequestro ed alla gestione di beni ebraici. Il fatto che non fossero state emanate oistruzioni dal Ministero degli Interni quando scattarono i suoi primi provvedimenti non fermò il capo della provincia, che, in risposta alle proteste del marchese Serlupi Crescenzi, riconfermò la volontà di procedere: “…ovunque esist[esse] anche un solo ebreo”. Sostenne anche di aver agito “in seguito ad ordine del Ministro dell’Interno”, riferendosi ad un incontro, avvenuto a Firenze tra Buffarini Guidi ed i capi delle province, dopo il quale, però, solo lui aveva ritenuto di dover assumere immediatamente l’iniziativa (29).
Complessivamente, nel gennaio 1944 l’EGELI aveva già disposto e realizzato il sequestro di 15 aziende agrarie, per un’estensione di 13.000 ettari (30). Già dal 5 novembre, Ercolani aveva avviato un’inchiesta sulle case di abitazione degli ebrei e sul numero degli occupanti; la lettera, che inviò ai Podestà, si trova, nel fondo regia prefettura, collegata ad una disposizione, che vieta di dare ospitalità a sfollati di altre province, per riservarla a quelli della fascia costiera della provincia di Grosseto (31). Appare evidente l’intenzione di utilizzare le abitazioni degli ebrei per venire incontro alla necessità di alloggi, creata dallo sfollamento della popolazione dai luoghi più esposti ai bombardamenti.
Ma la prova più evidente di sollecitudine del capo della provincia è data dall’istituzione del campo provinciale d’internamento a Roccatederighi. E’ già il 24 novembre, dunque prima del citato ordine di polizia n.5, che comunica al Ministero degli interni l’avvenuta istituzione del campo, corredando l’informazione con vari dettagli: sede, nomina del direttore, provvedimenti per la custodia. Colpisce anche la predisposizione di misure di sorveglianza esterna tali da poter far fronte ad azioni di guerra: 20 militi, armati di mitragliatrici, fucili mitragliatori, “un congruo numero di bombe a mano per ogni milite” ed un reticolato di protezione, sorvegliato notte e giorno (32), per impedire fughe e comunicazioni. Il tutto per sorvegliare 80 detenuti, tra cui vecchi, donne, bambini, offrendo un’immagine esterna, che ricorda i campi di concentramento del Reich. In un’altra occasione, con un telegramma, aveva rivolto al Ministero degli Interni un quesito “per conoscere se la legge di Norimberga debba essere applicata confronti ebrei (33), riferendosi presumibilmente al trattamento degli ebrei ultrasettantenni, dei malati, dei nati da matrimoni misti e dei coniugati con non ebrei, su cui le disposizioni della RSI tra dicembre ’43 e gennaio ’44 tendono a farsi più rigide. Vi si può leggere l’atteggiamento del militare, incline al rigore ed alla disciplina, ma è anche implicita qui la disponibilità ad applicare la legislazione tedesca, più dura di quella italiana, dunque a superare in rigidità le norme italiane, per avvicinarsi al modello tedesco. L’eccesso di zelo dell’istituzione del campo di sua iniziativa provocò una secca richiesta di chiarimenti da parte della Direzione generale di P.S. del Ministero, che precisava, in una nota inviatagli: “la costituzione e l’organizzazione di campi di concentramento, com’è noto, sono di competenza di questo ministero” (34). Per Roccatederighi, nessuna autorizzazione era stata né richiesta né ottenuta.
Dunque, è chiaro che il ruolo di Alceo Ercolani non fu secondario, nella conduzione di un’azione tanto precoce quanto accanita. Quale la spiegazione? Una speciale, innata durezza, magari mista ad ammirazione per il rigore tedesco; un retaggio della disciplina militare; un ossequio totale al regime; forse anche la disinvolture di chi non ha radici nel luogo in cui opera e può consentirsi eccessi altrimenti più difficili.
Certo è che Ercolani non è l’unica variabile di questo sistema: seppure è stato il promotore dei molti atti, che portano la sua firma, ha avuto bisogno di una fitta rete di relazioni e di complicità per realizzarli. Lo attestano intanto i molti collaboratori di cui si servì per il sequestro e la gestione dei beni. Sono documentate offerte spontanee di collaborazione: un sequestratario che non vuole nemmeno compensi in denaro per il suo lavoro; agricoltori che si affrettano a garantire alla Confederazione fascista degli agricoltori la propria disponibilità a gestire le imprese agrarie sequestrate a ebrei del loro stesso paese (35), in un caso lo stesso mezzadro del proprietario ebreo.
Un’attenta considerazione merita l’atteggiamento della Chiesa locale. Spesso i parroci, qui come altrove, dettero uno spontaneo sostegno sia agli antifascisti, che a chi sfuggiva all’arruolamento nell’esercito della RSI, che agli ebrei perseguitati. Ma le più alte gerarchie di fronte alle persecuzioni, ai rastrellamenti, alle deportazioni, come sappiamo, tacquero (36). A Grosseto fa riflettere l’utilizzo della sede estiva del Seminario Vescovile. Non si trattò di un gesto di brutale requisizione, ma di un accordo stipulato tra il Vescovo di Grosseto ed il capo della Provincia, sancito da un regolare atto di affitto. Una biografia di Paolo Galeazzi, allora Vescovo di Grosseto, è ancora da scrivere, ma appare già oggi un personaggio interessante, se suscitò un incidente diplomatico tra Vaticano ed addetto statunitense presso la Santa Sede, nel giugno 1943, con la scrittura di un articolo forte a proposito del bombardamento americano del 26 aprile 1943, che i Cardinali Maglione e Tardini definirono inopportuno, perché politico; ed a seguito del quale ricevette dal S.C.Concistoriale “un rebuffo” (37).
Il documento che attesta l’accordo riporta l’ammontare del canone d’affitto, il compenso pattuito per le suore e gli uomini, messi a disposizione per la gestione del campo (38). Pur considerando l’ovvia cautela del Vescovo, che cerca di garantirsi da un – peraltro improbabile – esproprio (39), non appare altrettanto ovvia la motivazione espressa nel testo, di “prova di speciale omaggio verso il nuovo governo”, quando mai la Santa Sede volle riconoscere la RSI. Diversa sarà la versione dei fatti, a Liberazione avvenuta, quando il Vescovo pretenderà dalla Prefettura di Grosseto il denaro che gli sarebbe dovuto, dal momento che l’affitto non è mai stato pagato, con due lettere, in cui dichiara di aver dovuto cedere il Seminario costretto dalle pressioni delle autorità (40).
Di particolare interesse, su questo tema, è il confronto con la memoria di alcuni tra i superstiti del campo e tra i religiosi, che convissero con gli internati (41). Tutti ricordano l’assistenza spirituale del Vescovo, che in quel periodo occupava un’altra ala del Seminario, e le cure della sorella, che alleggerivano il peso della detenzione. Nessuno è disposto ad attribuirgli una qualche responsabilità: una memoria selettiva l’ha esclusa ed ha consolidato in loro l’immagine dei gesti di solidarietà. Un punto fermo è che “il vescovo ha salvato la virta ad ebrei grossetani” (42). In effetti, un dato significativo è quello delle deportazioni. Osservando i due trasferimenti di ebrei da Roccatederighi a Fossoli, preludio alle deportazioni, troviamo nel primo gruppo 9 italiani e 12 stranieri, nel secondo solo 25 stranieri (43). Nessun ebreo grossetano uscì da Roccatederighi, diretto a Fossoli; i più furono rilasciati per motivi di salute. Si era costituita una rete solidale intorno agli ebrei grossetani, che comprendeva anche alcuni militi, che prestavano servizio all’interno del campo, e lo stesso direttore, Gaetano Rizziello (44). Erano loro a guidare opportunamente la composizione delle liste. Resta il fatto che uno dei testimoni intervistati, nel richiamare alla memoria quei due momenti più tragici, rivive ancora con profonda commozione sia la paura, che la pietà per chi – privo di protezione – prese la strada per Auschwitrz, magari al posto di un sopravvissuto.
Al di là di questi momenti, l’immagine della vita nel campo, che i testimoni restituiscono, fa dimenticare le drastiche misure di sorveglianza armata, predisposte all’inizio. Dal campo era possibile uscire ed intrattenere contatti costanti con gli abitanti di Roccatederighi. Tra le memorie più vive, restano quelle della solidarietà del paese, fatta di offerte di ospitalità e di aiuti di ogni genere, qui come in altri luoghi della provincia (45), esempio di un’altra faccia delle persecuzioni antiebraiche, altrettanto rilavante di quella delle numerose complicità con i nazifascisti. Gino Servi ricorda di esser riuscito ad introdursi nel campo con il fratello, per rivedere i genitori, nel gennaio 1944 (46).
E’ impossibile non percepire il paradosso di un tranquillo scorrere dei giorni al campo, in un contesto in cui la “macchina della morte” avviata dalla Germania nazista e sostenuta dall’Italia fascista continuava a perseguire l’obbiettivo dello sterminio di tutti gli ebrei, anche in Italia. E in Italia troviamo, nella società civile, l’una a fianco dell’altra, la solidarietà e la delazione, la comprensione e l’indifferenza.
Valutando complessivamente il caso Grosseto, vi troviamo ben rappresentata quell’ambiguità, che ha consentito la loun ga durata del modello interpretativo, fondato sullo stereotipo del “bravo italiano”. La storiografia, dopochè per molto tempo lo studio di Renzo De Felice (47) è rimasto l’unica lettura sistematica della storia degli ebrei sotto il fascismo, ha introdotto in anni più recenti nuove categorie interpretative (48). Proprio quello che abbiamo indicato come un paradosso ci mette di fronte alla natura delle responsabilità e degli atteggiamenti degli italiani. In un caso come quello grossetano, dove l’iniziativa persecutoria fu in modo speciale accanita e feroce, a fronte di una presenza di ebrei tanto limitata, è lecito chiedersi perché a nessun livello questa macchina non si sia inceppata, come una parte non piccola della società civile abbia potuto accettare di adeguarsi alla condotta, che veniva richiesta. Non possiamo ignorare, per spiegarlo, la martellante propaganda, che La Maremma aveva condotto su una popolazione resa sempre più passiva da generazioni di assuefazione la regime fascista, che a Grosseto, a dispetto di importanti tradizioni democratiche prefasciste, aveva trovato un largo consenso (49). Ma vale anche la pena osservare la vasta gamma di comportamenti di coloro, che garantirono con la loro più o meno ampia collaborazione il funzionamento della macchina: il presidente dell’EGELI, che godeva di uno stipendio mensile di 2000 lire, il sequestratario che collaborò gratuitamente, il Vescovo che firmò l’accordo per l’istituzione del campo e contemporaneamente si prodigò per gli ebrei grossetani, il comandante del campo ed i militi, che manipolarono le liste per non far deportare i grossetani.
Questi ultimi fanno ricordare quel Raffaele Alianello, commissario di P.S. – citato da Giacomo De Benedetti nel racconto Otto ebrei (50) – che fece cancellare dalla lista delle vittime designate della rappresaglia delle Fosse Ardeatine otto ebrei, per dimostrare proprio verso gli ebrei un pietismo, che era stato un vizio secondo l’etica fascista, e dunque guadagnarsi a futura memoria un favore presso coloro, che domani avrebbero sostituito i fascisti al potere. Anche il comandante del campo di Roccatederighi forse pensò al dopo, in un momento in cui i segni del tracollo fascista si facevano chiari. Mettendo a confronto i comportamenti dei vari “Alianelli” e quelli di chi, senza ambiguità, offrì solidarietà e aiuto agli ebrei, troviamo tra gli uni e gli altri un confine molto più netto di quanto non possa sembrare. Seguendo Giovanni De Luna (51) è possibile definirlo come il confine tra fascismo e antifascismo intesi non come categorie immediatamente politiche, ma esistenziali. De Luna ha visto la realizzazione del progetto di dominio fascista in corrispondenza con la costruzione di processi, che favorivano un’atmosfera di corruzione, in modo così penetrante da introdursi anche nella vita privata dei singoli, spezzando legami di solidarietà, utilizzando il sospetto, la delazione, il compromesso. Si può aggiungere che questi comportamenti, cresciuti sul terreno arato dal regime fascista, potevano radicarsi tanto meglio, quanto più erano deboli la cultura e la coscienza civile degli italiani. E’ possibile che proprio in ragione di questi fenomeni si siano contemporaneamente aperti spazi, non direttamente legati alla politica, di crescita dell’opposizione e valorizzazione di quello che egli chiama un antifascismo esistenziale.
Gino Servi, nella sua testimonianza, ha ricordato il momento in cui scattò in lui la presa di coscienza antifascista, nell’autunno del ’43, quando la persecuzione l’obbligò alla fuga nella campagne di Pitigliano e si trovò – non da solo come aveva temuto – a condividere un progetto con i partigiani ed a ricevere un caloroso ed essenziale sostegno dai contadini (“Non ho ricordi di una porta chiusa”, dice oggi) (52). Servi mostra nella sua testimonianza una percezione abbastanza chiara del significato di quei diversi comportamenti, indicati prima.
Ma non è sempre facile, per i portatori di queste memorie difficili, ricostruire quel passato, operando nette distinzioni. Nell’analisi del caso grossetano, non è sempre stato agevole il confronto tra le fonti archivistiche e le memorie dei protagonisti e testimoni, che danno l’impressione di non voler contrastare fino in fondo quel senso comune, che finisce per ridurre le responsabilità del fascismo. E’ impossibile, con loro, tentare passaggi, che vadano oltre la loro elaborazione dell’esperienza vissuta e le cristallizzazioni, che la memoria ha consolidato – grazie ad una lettura più o meno selettiva – ed ora trasmette, narrando.
Per questo, pur dovendo continuare a misurarci con delicatezza e rispetto con quelle memorie, riteniamo utile estrarre documenti dagli archivi locali. Perché negli ultimi anni sono state proprio le “microstorie”, i casi locali, a contribuire a far sì che si venisse a capo di “una curiosa discrasia tra una storiografia che tende[va] a stemperare presupposti e circostanze di ciò che furono le leggi razziali ed una ‘microstoria’ che invece narra[va] episodi di uccisioni, massacri…un altro paese, fatto di delazione, di indifferenza, di egoismo e di cinismo” (53).
(Luciana Rocchi)

NOTE:
(1) In: Associazione Toscana volontari della Libertà, Sezione di Grosseto, Monumento al fascismo, Grosseto 1984. La copia originale del diario è nell’archivio privato di Gino Servi, figlio di Azeglio.
(2) La storia della famiglia Servi è narrata anche da Edda Servi Machlin in: E.Servi Machlin, Child of the ghetto, Croton on Hudson, Giropress, 1995
(3) In: La Maremma, 16 ottobre 1938, n.41. Dal censimento risultano residenti in Italia 46.656 ebrei, di cui 37.341 di nazionalità italiana
(4) In: ASCP, Cart.12
(5) Cfr. R.G.Salvatori, La comunità ebraica di Pitigliano dal XVI al XX secolo, Firenze, Giuntina, 1991.
(6) Non sono poi gli ebrei antifascisti, fin dagli anni venti, ma non si può parlare di un “antifascismo ebraico” come categoria generale. Fu poi per effetto della persecuzione antiebraiche fascista che si formò in molti ebrei una coscienza antifascista. Su questo tema, cfr.: M.Sarfatti, Gli ebrei negli anni del fascismo: vicende, identità, persecuzione, in: C.Vivanti (a cura di), Storia d’Italia. Annali 11. Gli ebrei in Italia, Torino, Einaudi, 1997.
(7) In: ASG, f. Regia Prefettura, b.689.
(8) Ibidem.
(9) Cfr. S.Duranti, Federazioni di provincia: Arezzo, Grosseto, Pisa e Siena, in: E.Collotti, Razza e fascismo. La persecuzione contro gli ebrei in Toscana (1938-1943), Roma, Carocci, 1999. Duranti rileva la particolare aggressività del linguaggio della propaganda razzista nella provincia di Grosseto, confronto di quella delle altre province toscane, sottolineando “la fascistizzazione della società civile, la ricezione del linguaggio fascista e di modelli culturali fortemente irreggimentati laddove la chiusura nel microcosmo mezzadrie non favoriva certamente lo scambio e la formazione di grandi corpi sociali autocoscienti”.
(10) In: La Maremma, 18 settembre 1938, n.37.
(11) In: ASG, f. Regia prefettura, b.701
(12) Sono le parole conclusive della lettera al prefetto di Grosseto, già citata. In: ASG, f. Regia Prefettura, b.682.
(13) Intervista a Cesare Nunes, 3 luglio 1996.
(14) Cfr. C.S.Capogreco, Per una storia dell’internamento civile dell’Italia fascista, in: A.L.Carlotti (a cura di), Italia 1939-1945. Storia e memoria, Milano, Vita e pensiero, 1996; idem L’oblio delle deportazioni fasciste: una “questione nazionale”. Dalla memoria di Ferramenti alla riscoperta dell’internamento civile italiano, in Nord e Sud, novembre-dicembre 1999. Per la Toscana, cfr. V.Salimi, L’internamento in Toscana, in: E.Collotti, Razza e fascismo, cit.
(15) Le norme, che istituivano campi di internamento sono emanate nel 1940, nell’imminenza dell’entrata in guerra per l’Italia. Il più importante tra questi campi fu quello di Ferramenti di Tarsia (Cosenza).
(16) Cfr. M.Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista, Torino, Einaudi, 2000. Sarfatti documenta, negli ultimi mesi di governo Mussolini, ordini e misure nei confronti di ebrei italiani e stranieri, che ne aggraverebbero di molto la condizione in Italia, ma “la crisi del 25 luglio 1943 impedì al governo fascista di attuare quelle …misure e di procedere all’apertura dei campi di internamento e lavoro obbligatorio per gli ebrei italiani: così tali decisioni fanno parte solo della biografia di Mussolini e del regime fascista e non anche delle biografie delle vittime” (pag.207).
(17) In: ASG, f. regia Prefettura, b.765.
(18) Cfr. L.Picciotto Fargion, Il libro della memoria. Gli ebrei deportati dall’Italia (1943-45), Milano, Mursia, 1991.
(19) Questo dato ormai acquisito dalla storiografia, che si spiega soprattutto con le ragioni delle scelte del governo fascista e delle modalità di applicazione delle norme da parte delle gerarchie politiche e militari, trova anche una conferma in ragioni di ordine pratico. Durante un’intervista, Gino Servi ha dichiarato: “I tedeschi erano impegnati nella lotta contro i partigiani, non contro gli ebrei. I nostri nemici erano i repubblichini, anche perché – sostiene Servi – era molto più facile per gli italiani identificarli. Intervista del 30 maggio 2000.
(20) In: ASG, f. Regia Prefettura, b.765.
(21) In: ASG, f. Regia Prefettura, b.764.
(22) Ibidem.
(23) In: ASG, f. Regia Prefettura, b.698, 764, 765.
(24) In: ACS, Min.Int., P.S., Massime, b.142.
(25) Alcune notizie sono dovute alla cortesia del signor Toni Magagnino, che mi ha consentito di accedere al suo archivio personale.
(26) M.Pala (a cura di), Toscana occupata. Rapporti del Militarkommandanturen 1943-1944, Firenze, Olschki, 1997.
(27) In: AISGREC, f. CPLN, b.17
(28) Cfr. N.Capitini Maccabruni (a cura di), La Maremma contro il nazifascismo, Grosseto, 1985.
(29) In: ACS, Min.Int., P.S., Massime, b.142.
(30) In: ASG, f. Regia Prefettura, b.698.
(31) In: ASG, f. Regia Prefettura, b.756.
(32) In: ACS, Min.Int., P.S., Massime, b.142.
(33) Ibidem.
(34) Ibidem.
(35) In: ASG, f. Regia Prefettura, b.764.
(36) Questo tema è stato ampiamente affrontato ma in modo particolare deve essere segnalata l’opera recente di Giovanni Miccoli (G.Miccoli, I dilemmi e i silenzi di Pio XII, Milano, Rizzoli, 2000).
(37) Si legge in una nota di Monsignor Tadini: “Il sig.Tittmann si lamenta fortemente contro questo articolo del vescovo di Grosseto. Dice che è falso perché tace che a Grosseto v’è un grande campo d’aviazione tedesco e vi sono molti tedeschi. Aggiunge che l’articolo – tendenzialmente politico – è stampato in una pubblicazione o raccolta edita a solo scopo politico […]. Rispondo: 1. che la S.Sede non sapeva niente 2. che neppure ora sappiamo se l’articolo è proprio così 3. che domanderemo informazioni 4. che, se il testo è così, è veramente infelice e imprudente 5. che la S.Sede non controlla i vescovi d’Italia come non controlla quelli delle altre nazioni […]. La S.C.Concistoriale farà un rebuffo al vescovo”. In: Actes et Documents du Saint Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale, 7, Le Saint Siège et la Guerre Mondiale novembre 1942-dècembre 1943, Città del Vaticano, Libreria editrice Vaticana, 1973.
(38) In : ACVG, Fasc. Seminario di Roccatederighi.
(39) Questa osservazione è di Bruna Bocchini Camaiani.
(40) In : ACVG, Fasc. Seminario di Roccatederighi.
(41) Segnaliamo solo un articolo recente di un sacerdote, don Pietro Fanciulli, all’epoca seminarista a Roccatederighi, che ricorda con commozione sia la sofferenza degli internati, che “la sincera ammirazione e gratitudine” degli ebrei verso il vescovo (in: Toscana Oggi, 4 marzo 2001).
(42) Intervista a Cesare Nunes, 3 luglio 1996.
(43) Queste notizie sono contenute nel diario di Azeglio Servi in: Associazione toscana Volontari della Libertà, Sezione di Grosseto, Monumento al fascismo, cit.
(44) Intervista a Cesare Nunes, cit.
(45) A Monticello Amiata, una famiglia di ebrei tedeschi trovò rifugio e protezione, grazie a due abitanti del paese, Giovan Battista Leoni e Liberato Angelini, arrestati in seguito per una delazione, che provocò la deportazione degli ebrei (in: ASG, f.Regia Prefettura, b.698).
(46) Intervista a Gino Servi, cit.
(47) R.De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1993.
(48) Il riferimento è al lavoro di molti storici, tra cui citiamo solo Enzo Collotti (ed il gruppo di giovani ricercatori, che si è formato intorno a lui), Michele Sarfatti, Liliana Picciotto Fargion, Mauro Raspanti, ed anche al lavoro di raccolta di documentazione, realizzato dal CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea) di Milano. Un contributo importante sia per la ricerca che per la divulgazione, è stato offerto dalla mostra itinerante La menzogna della razza, curata dal Centro Furio Jesi e dall’Istituto regionale Ferruccio Parri di Bologna, nel 1995.
(49) Il fascismo grossetano, al di là di pochi studi sulle origini e su singoli, specifici aspetti, non è stato ancora studiato e compreso nel suo insieme; questo rende difficile anche affrontare questioni, come quella di cui si parla in questa sede.
(50) G.De Benedetti, 16 ottobre 1943, Palermo, Sellerio, 1993.
(51) G.De Luna, Fascismo antifascismo. Le idee, le identità, Firenze, La Nuova Italia, 1995.
(52) Intervista a Gino Servi, cit.
(53) Queste affermazioni di Davide Bidussa sono del 1994 (D.Bidussa, Il mito del bravo italiano, Milano, 1994, pag.15).

ABBREVIAZIONI:
ACS: ARCHIVIO CENTRALE DELLO STATO
ACVG: ARCHIVIO DELLA CURIA VESCOVILE DI GROSSETO
AISGREC: ARCHIVIO DELL’ISTITUTO STORICO GROSSETANO DELLA RESISTENZA E DELL’ETA’ CONTEMPORANEA
ASCP: ARCHIVIO STORICO DEL COMUNE DI PITIGLIANO
ASG: ARCHIVIO DI STATO DI GROSSETO


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