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Potere politico e consenso nell’Italia del ‘900

A cura di Luciana Rocchi e Adolfo Turbanti
Editrice “Il mio Amico”, Roccastrada 1999

Indice:
Introduzione – Luciana Rocchi e Adolfo Turbanti
Il sistema politico giolittiano – Mario G.Rossi
Il dibattito critico sulla democrazia in età giolittiana – Umberto Sereni
Lo stato totalitario – Enzo Collotti
Il consenso al regime – Gianni Isola
Continuità e discontinuità istituzionale tra l’Italia fascista e l’Italia repubblicana – Simone Neri Serneri
Dal centrismo al centrosinistra – Giovanni De Luna
Sistemi elettorali e forma partito nell’Italia repubblicana – Silvio Lanaro
Le fonti archivistiche per lo studio dell’Italia del ‘900 – Stefano Vitali
L’Archivio di Stato di Grosseto per lo studio della storia locale contemporanea – Maddalena Corti

La pubblicazione ha alle spalle un corso di aggiornamento per insegnanti di storia della scuola media inferiore e superiore di Grosseto, realizzato nel febbraio 1996 dall’Istituto Storico Grossetano della Resistenza e dell’Età Contemporanea, in collaborazione con istituzioni scolastiche e Comune di Grosseto.Si riporta l'introduzione a cura di L.Rocchi e A.Turbanti:

I testi che vengono qui pubblicati, pur nella specificità dei temi e degli ambiti cronologici e nella singolarità degli approcci storiografici, presentano una unità di fondo, costituita non solo dall’involucro del tema generale – il potere politico e il consenso nell’Italia del ‘900 – ma anche dalla rete dei rimandi contenuti in ciascuno dei saggi, che creano un tessuto connettivo lungo tutto il secolo. A partire dai giudizi di: Mario G.Rossi che, riprendendo Aquarone, presenta l’età giolittiana come “età cerniera” nella storia d’Italia; Umberto Sereni (età giolittiana “cartina di tornasole”); Enzo Collotti (“la risposta gli interrogativi posti dalla storia del passato regime diventa anche la risposta agli interrogativi sul presente della situazione italiana”), per arrivare all’ultimo saggio, di Silvio Lanaro, che affronta il suo tema – Sistemi elettorali e forma partito – attraverso la ricerca di costanti nel sistema politico italiano lungo tutto l’arco della storia nazionale.
In molti casi si tratta di domande nuove di una nuova storiografia, ma è anche vero che, essendosi spostato in avanti il punto di osservazione, non hanno perso significato, ma si sono complessificate ed hanno acquistato uno spessore più profondo vecchie questioni. Per fare un riferimento concreto, il salveminiano “Fu l’Italia prefascista una democrazia?” pare essersi tradotto in una ricerca sulla singolarità del caso italiano in questo secolo, dal momento che, anche quando la democrazia non è del tutto rigettata, come durante la fase del regime fascista, è certo che viene attuata in forme così peculiari che la manifestano ora come “incompiuta” o “bloccata” (Neri Serneri sui primi anni della repubblica), ora come un sistema caratterizzato da forme di organizzazione del consenso assai poco limpide e da una elefantiasi dei partiti, il cui declino negli anni ’80 non è interpretabile, nemmeno questo, come preludio ad una autocorrezione e normalizzazione del sistema (Lanaro).
Non è raro leggere riferimenti ad una attualità politica, che in qualche occasione si identifica tout court con le vicende del periodo in cui gli storici parlavano (l’inverno del ’96) – è il caso del concetto di sconfitta, presentato da Giovanni De Luna come fertile categoria analitica, ma certo leggibile anche in relazione ad una lunga fase, non ancora interrotta in quel momento, di sconfitta della sinistra – in altri resta tale anche a distanza di due anni, come nel caso del concetto di bipolarismo: obiettivo lontano per l’Italia nell’analisi di Lanaro.
I primi due saggi di Rossi e Sereni sono un utilissimo sguardo d’insieme sull’età giolittiana, ricco di riferimenti bibliografici sia in relazione alla tradizione storiografica della prima metà del secolo, sia alla produzione più recente. Ne emerge il profilo di un’età complessa, che non può essere rinchiusa in un giudizio definitorio, ma che comunque contiene molti elementi per una valutazione limitativa sul grado di democraticità del sistema politico giolittiano. Per Rossi si tratta di “un processo di modernizzazione poggiante su basi democratiche estremamente fragili, dietro le quali non si ritrova quella lunga e complessa opera di nazionalizzazione delle masse… che ha accompagnato invece la costruzione delle altre grandi democrazie europee”.
Sereni, passando in rassegna i protagonisti del dibattito sulla democrazia durante e dopo l’età giolittiana, non a caso apre e chiude con questo giudizio di Ferruccio Parri: “Io non credo che si possano definire regimi democratici quelli che avevamo prima del fascismo”. La sua analisi permette di cogliere proprio come tratto distintivo della vita politica italiana nel primo decennio del secolo un dibattito critico sulla democrazia, una riflessione sulla natura stessa del partito politico, fino al “rifiuto del valore fondante della democrazia”, che, se anche è fenomeno europeo, “assume nel caso italiano una dimensione sicuramente originale”.
Nel contributo di Collotti – un saggio del 1985 contenente alcuni aggiornamenti apportati dallo stesso autore – viene esplicitato un rapporto di continuità tra età giolittiana e fascismo, che era implicito nei testi di Rossi e Sereni. Anche se è in una accezione particolare che qui si parla di continuità; infatti, volendo rispondere al quesito di fondo: stato fascista come stato totalitario o stato autoritario?, Collotti si colloca lontano dalla tesi defeliciana – che si limita a rilevare nel fascismo un’accentuazione degli aspetti autoritari della tradizione della destra liberale – e conclude dichiarando lo stato fascista “simbiosi di vecchie e nuove istituzioni che sfugge alla dicotomia concettuale dei due termini”. Egli argomenta ampliamente la tesi defeliciana, a suo giudizio risultante sia dal metodo d’indagine usato (l’unilateralità delle fonti) che da un travisamento della natura e dell’essenza dello stato fascista, cui attribuisce, a differenza di De Felice, aspirazioni totalitarie, perseguite “dilatando al massimo la sfera pubblica e riducendo al minimo quella privata, facendo leva sulla duplice strumentazione della forza e del consenso”.
Tra gli strumenti finalizzati alla conquista del consenso, Gianni Isola prende in esame solo la radio – oggetto di una serie di sui studi particolari -, la cui storia attraversa tutti gli anni del regime, con una crescita di diffusione negli anni trenta. Ma, confrontandola con l’esperienza tedesca successiva al ’33, Isola conclude che la radio in Italia, tra l’altro proprietà privata, è uno strumento assai più modesto di ricerca di consenso, sia per gli alti costi, che ne fanno uno strumento non diffuso capillarmente, sia per il tipo di trasmissioni, che sono in gran parte di intrattenimento.
La cesura tra la prima e la seconda metà del secolo, è analizzata dal testo di Simone Neri Serneri, che ci restituisce tutta intera la complessità di quel passaggio, attraverso un’analisi che dichiara in partenza di voler evitare la scelta tra continuità e rottura tra Italia fascista e repubblicana secondo una visione “deterministica e meccanica”. La sua conclusione è che, a fronte della nascita di un pluripartitismo che non è semplice moltiplicazione del <partito fascista, la radicale antitesi di progetti e prospettive dei partiti funzionò da freno nei confronti di scelte fortemente innovative, creando quella democrazia “incompiuta” cui si è già fatto riferimento.
La lettura che Neri Serneri dà dei partiti, i più importanti attori politici di questa transizione, pare di segno diverso rispetto a quanto più avanti sostiene Silvio Lanaro. Mentre Neri Serneri vede nei partiti del secondo dopoguerra un tentativo riuscito di superamento di una rappresentanza politica di tipo notabilare (addirittura interpretandoli come espressione di un nuovo concetto di nazione “come insieme composito di culture e identità diverse”), Lanaro legge nella storia del sistema politico italiano alcune costanti: accanto a governi di coalizione e al massimalismo dei partiti di massa, proprio una forma di organizzazione del consenso di tipo notabilare, che nessun sistema elettorale proporzionale è riuscito a cancellare. Anche se lo stesso Lanaro riconosce che i partiti, soprattutto in alcune fasi, assumono il ruolo di “unici collettori e vettori di democrazia, proprio in assenza di quelle istituzioni dello stato capaci di dare risposta a bisogni reali, secondo il dettato costituzionale”.
Lanaro condivide con Giovanni De Luna, a proposito di partiti politici nel secondo dopoguerra, il giudizio di una loro inadeguatezza rispetto alle grandi trasformazioni della società civile degli anni tra ’50 e ’60. De Luna usa la categoria, poi ripresa da Lanaro, di “inconsapevolezza” del ceto politico, che sarebbe incapace di leggere, interpretare e rappresentare il terremoto che investe i rapporti economici, la mentalità, la cultura di quegli anni, quando il patto partiti-società civile viene meno e le organizzazioni politiche non fanno altro che “organizzare interessi”. E’ qui che De Luna vede prorompere un’ansia di cambiamento, che trova nell’antifascismo un “elemento di legittimazione politica”. E’ in questi due saggi che più frequenti sono le proiezioni su quello che è oggi il nostro presente: li accomuna la visione problematica che contiene tuttavia anche lì’eco della presa di coscienza di una ferma volontà civile – percepibile anche in altri scritti di questi autori – che può suggerire un messaggio positivo per le nuove generazioni.
La seconda parte del volume, che è il prodotto dei lavori della giornata dedicata alla didattica, riporta in unn saggio di Stefano Vitali, storico ed archivista, dati e riflessioni sulle fonti archivistiche. Tuttavia, al di là del valore di un’informazione rigorosa su contenuti, forme di accesso, organizzazione di archivi, quel che più conta, nello scritto di Vitali, a nostro giudizio, è che suggerisce una serie di nessi illuminanti tra le conoscenze dell’archivista ed il fare storia dello storico, che si concludono con delle considerazioni di metodo storico, laddove sottolinea la centralità della “capacità dello storico di interrogare [le fonti]…, di trasformarle da fonti “potenziali” in fonti “effettive”, di crearle, insomma, epistemologicamente, come fonti della propria conoscenza”; fino a concludere che “lo storico del novecento deve farsi un po’ archivista, o quantomeno deve sempre più considerare le fonti del proprio lavoro non come un dato che “magicamente” si materializza di fronte ai propri percorsi di ricerca, ma come risultato di un im0pegno in prima persona nel processo della loro selezione e conservazione materiale”.
Come esemplificazione di u archivio per lo studio della storia contemporanea, Maddalena Corti descrive l’Archivio di Stato di Grosseto, di cui è vicedirettrice ed all’interno del quale svolge da anni anche attività didattica. Anche qui, oltre agli elementi conoscitivi sui fondi che l’Archivio di Grosseto conserva, giova cogliere l’invito della Corti ad un approccio didattico alla storia locale, che ci viene rivolto anche attraverso le argomentazioni di uno storico attento ai temi della didattica come Ivo Mattozzi. Questo discorso potrebbe congiungersi idealmente con l’auspicio di Enzo Collotti ad uno scavo storico sulla realtà locale: laddove la Corti Indica la grande quantità di materiali archivistici sul fascismo a Grosseto, Collotti, proprio parlando degli studi sul fascismo, osserva che “se si eccettua Firenze, per nessuna delle sedi urbane di rilievo in una realtà politica e sociale così differenziata e così legata a tradizioni regionali o municipali come quella italiana possediamo ancora un’analisi articolata capace di fornire risultati di dettaglio confrontabili con processi di sviluppo più generali della società italiana”.
Possiamo aggiungere, a conferma, che il fascismo grossetano non ha ancora trovato il suo storico.
(Luciana Rocchi e Adolfo Turbanti)


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