PRESENZE FEMMINILI. "LE AMICHE DELLA MINIERA"
DI RIBOLLA" (1951-1954)
Barbara Solari
Edizioni Effigi, Arcidosso 2007
Indice:
Presentazione
Leonardo Marras
Introduzione
Luciana Rocchi, Adolfo Turbanti
Il tesoro,
la tradizione, il testamento
Presenze
femminili. “Le Amiche della Miniera” di Ribolla
Le immagini
I documenti
Presentazione
Nell’intenzione dei fondatori de “Il calendario
del popolo”, vecchia “rivista mensile di cultura” nata
nel 1948, ambiziosamente presentata anche come “enciclopedia di tipo
nuovo”, i giorni dovevano essere occasione per un recupero –
data per data – di eventi storici più o meno remoti, a fini
essenzialmente pedagogici. Ma la fortuna degli anniversari è forte
anche oggi, anzi decisamente cresciuta in tempi recenti, a fianco della
tendenza all’istituzionalizzazione di un “calendario delle memorie”
sempre più fitto. Alle tradizionali feste civili si sta aggiungendo
una somma di memorie puntiformi, costellazione di giornate per ricordare,
nazionali o locali, che spesso si esauriscono in rituali celebrativi.
I cinquant’anni del 4 maggio 1954 si sono sottratti a questo destino.
La commemorazione della strage della miniera di Ribolla nel 2004 ha saputo
produrre un incrocio tra storie e memorie, che ha funzionato da generatore
di conoscenza e – forse – di elaborazione di un lutto individuale
e collettivo che ha pesato sulla comunità intera, in misura proporzionale
alla ferita ricevuta. Effetto virtuoso, in questo caso, se si pensa ai decenni
di vuoti di memoria, silenzi e reticenze, di timidezza verso uno scavo a
tutto campo, potenzialmente aperto al rischio di una confutazione delle
versioni pubbliche consolidate della fenomenologia dell’incidente
e della catena di conseguenze derivate – giudiziarie, sociali, politiche
– non circoscritte alla dimensione locale. A giudicare dal numero
di pubblicazioni – memorialistica e studi storici, narrativa e libri
fotografici – sembra essere in atto un percorso di risarcimento rispetto
al lungo oblio.
Piace pensarlo come un risorgimento della passione con cui prima Luciano
Bianciardi e Carlo Cassola, poi il solo Bianciardi, guardarono alla vita
e alla storia dei minatori della Maremma. Quest’ultimo trasse dallo
scoppio di grisou che stravolse un villaggio, ma fu anche una vera cesura
nella storia della terra di Maremma, il materiale per una trasfigurazione
letteraria e insieme la spinta per una svolta esistenziale ed artistica,
che proietta l’ombra della miniera di Ribolla molto oltre la prima
sua produzione narrativa.
Dagli anni Cinquanta molte condizioni sono mutate, a distanza dal conflitto
tra i soggetti implicati – Sindacato, PCI, Montecatini – altri
da allora o scomparsi. Per recuperare quel clima possiamo giovarci di molti
nuovi documenti che gli archivi ci hanno restituito, mentre scontiamo la
perdita di protagonisti e testimoni, ma sul fronte delle testimonianze nuovi
tempi hanno anche liberato nuove memorie.

E’ a partire da queste premesse che a nostro giudizio può essere
incastonato nella giusta cornice il lavoro di Barbara Solari. Perché
parlare di e far parlare le donne mette in gioco un soggetto implicato prima,
durante, dopo la tragedia di Ribolla in modo totale, in termini di vissuto
personale e in quanto gruppo sociale. Ed è il soggetto finora muto
per eccellenza, vuoi per una ragione oggettiva, il “silenzio degli
archivi” rispetto alla storia delle donne, da tante e tanti ormai
invocato a spiegare la scarsa loro presenza nella produzione storiografica
a qualsiasi livello, vuoi per una spontanea reticenza di molte fra le protagoniste,
rafforzata dalla somma di circostanze che le avevano spinte ad uscire di
scena. Scomparse come parte civile dal processo che vide imputata la Montecatini,
le “vedove” – nella semantica di questa storia parola-chiave
– oggi non hanno più voce, ma da loro sembrano averla raccolta
le generazioni successive, elaborando altrimenti le memorie di cui sono
custodi.
Sembra essere questa tormentata vicenda il cuore della sofferenza della
gente di Ribolla, negli anni e nei decenni successivi all’incidente,
nonché di quel complicato intreccio di relazioni tra familiari delle
vittime, partito, sindacato, Montecatini, in un quadro che oggi più
lucidamente di allora possiamo vedere nelle sue implicazioni con la storia
del movimento operaio e delle sue sconfitte, sulla soglia dell’Italia
del miracolo economico. Con l’apertura di nuovi scenari per la ricerca,
non solo, ma anche restituendo la parola alle donne, sembra possibile “opporsi
al silenzio” e a “false memorie [che] ostacolano ricordi più
profondi” (Passerini, 1993).
Oggetto della ricostruzione di cui danno conto le pagine che seguono è
il ruolo giocato dalle donne, alcune dopo la tragedia costrette ad assumersi
la responsabilità di scelte forti per le loro vite, ma anche cariche
di significati che le trascendono. E’ parsa una negazione della nuova
coscienza politica che avevano maturato nell’impegno sindacale e politico
di quegli anni l’aver accettato di scendere a patti con la Montecatini.
In realtà a rivelarsi sono la debolezza della loro condizione sociale
e, a un’analisi più attenta, lo sforzo e l’estrema difficoltà
di tenere insieme il nuovo – la scoperta della dimensione politica
– e la rilevanza non solo in termini oggettivi dei compiti di cura
e degli affetti. Sono conclusioni cui si può giungere grazie al recupero
di non numerosi, ma essenziali documenti e a testimonianze, che raccontano
la nascita e la vita breve dell’associazione delle “Amiche dei
minatori”. Ne fanno parte donne che lottano con e per gli uomini,
che si esprimono attraverso un linguaggio coerente con il “paradigma
dell’emancipazione”, in una cornice rigidamente condizionata
dalle formule delle lotte sindacali e politiche degli anni Cinquanta. Ma
non mancano intuizioni che anticipano, anche se solo in misura embrionale,
una consapevolezza di genere.
Il contributo della ricerca sulle donne di Ribolla serve a ridurre l’estensione
dell’ombra, che comunque ancora rimane, sulla vicenda della strage.
E in più, approfondendo una storia che ha una precisa e limitata
consistenza spazio-temporale, aggiunge particolari all’affresco di
più lungo periodo che già esiste rispetto a storia e memoria
di donne grossetane dal secondo dopoguerra in avanti.
L’ha resa praticabile, sul versante della documentazione archivistica,
una lunga mappatura di archivi, tra cui i più significativi quello
dell’UDI provinciale di Grosseto, solo ora completamente accessibile,
e quello della Camera del Lavoro, accanto a carte dell’Archivio storico
del Comune di Roccastrada o a fondi privati.
Merita di essere rilevato l’impegno all’incrocio tra i diversi
tipi di fonte, che obbedisce – in coerenza con le dichiarazioni d’intenti
rese esplicite da Barbara Solari – all’esigenza di utilizzarle
tenendo ben presente la specificità di ciascuna ma anche il rischio
di produrre solo frammenti di discorso. Impresa mai facile, in modo particolare
con le immagini fotografiche, in gran parte già note e pubblicate,
ma talvolta senza dati spazio-temporali e contesti, significative comunque
per l’impatto emotivo che ottengono. Averle estratte dall’insieme
delle immagini che documentano la storia mineraria della Maremma e dal generale
contesto del tragico episodio del 4 maggio del ’54, averle guardate
a partire dal tentativo di dare coerenza e centralità ai passaggi
attraversati dalle donne come soggetti di primo piano e non come appendice,
le ha trasformate. Come sempre, domande diverse “trasformano”
le fonti.
E come sempre, a ricerca conclusa, restano più numerosi gli interrogativi
suscitati che le risposte. Ma in fondo ci sembra che, tra i caratteri originali
della storia, questo sia uno dei più apprezzabili.
Luciana Rocchi
Adolfo Turbanti