

di
Matteo Baragli
Edizioni ISGREC, Grosseto 2008
Indice:
Presentazione
| Lio Scheggi, Presidente della Provincia di Grosseto
Presentazione | Francesco Carri (Presidente) e Giancarlo Ciarpi (Direttore),
Banca della Maremma Credito Cooperativo
Introduzione | Luciana Rocchi, Direttrice ISGREC, e Adolfo Turbanti, Presidente
ISGREC
L’archivio
Gli archivi storico-fotografi ci e l’archivio Gori
Le origini dello studio fotografi co Gori
Il secondo dopoguerra
Caratteri originali e consistenza del fondo
Gori fotografi
Tecniche fotografi che
Metodo di lavoro
Il materiale non fotografi co
La
Maremma nelle immagini dello Studio Gori
La molteplicità degli ambiti tematici
La Maremma agricola
Donne e uomini al lavoro
Il paesaggio Maremmano e Grosseto
Lo spazio pubblico: politica e società
Bibliografia
Sull’archivio Gori
Su altri fotografi in Maremma
Storia della fotografi a e archivi fotografi ci
Allegato
CD
Immagini
Intervista di Matteo Baragli a Giovanni Gori
Introduzione di Luciana Rocchi e Adolfo Turbanti
Quel che si è scelto di rendere pubblico con questo
piccolo libro e la digitalizzazione di poche immagini non è che un
limitatissimo assaggio di quel che potrà emergere da una piena valorizzazione
dell’Archivio Gori, fotografi a Grosseto per più di mezzo secolo.
E tuttavia, anche il primo ingresso tra negativi e positivi, carte e oggetti,
che è all’origine di questo lavoro, è bastato a comprendere
la ricchezza da un lato, dall’altro la singolarità di questo
fondo archivistico. E a rafforzare il convincimento da cui si è partiti:
quel che ha prodotto e ci resta della lunga attività dello studio
fotografico è uno dei beni culturali contemporanei di questa città
e del territorio. Il fine è dimostrarlo, andando oltre l’uso
che nel tempo è stato fatto di immagini, attraverso qualche pubblicazione
e la digitalizzazione di quasi 2500 foto, realizzata oltre dieci anni or
sono grazie alla collaborazione tra la famiglia Gori e il Comune di Grosseto,
visibili in rete nel sito web della Biblioteca Chelliana – un campione
minimo rispetto al numero di scatti conservati. Il passo successivo, rispetto
a queste prime, parziali forme di emersione, richiede che si cominci a trattare
l’archivio Gori come un giacimento che ha bisogno, per essere compreso,
di essere analizzato nella sua interezza.
La complessità che rivela richiederà sguardi diversi, l’occhio
dell’esperto di fotografi a e quello dello storico, per contestualizzare
e inscrivere sia nella storia della fotografi a che in quella della società,
e con un esito che non rimarrà solo quale contributo alla cultura
locale.
Quel che scrive nelle pagine che seguono Matteo Baragli già ne restituisce
la singolarità, mentre ne mostra il valore paradigmatico. Anche da
un primo sguardo Baragli riesce a leggere, nel vissuto di questi artigiani
e nella realtà che raccontano per immagini, una concezione del lavoro
artigianale che è un segmento della storia della società italiana,
accanto ai segni di tempi e forme di quella che è stata la modernizzazione
nella provincia italiana del secondo Novecento. Nelle immagini di luoghi
e frammenti di vita sociale è visibile l’incontro tra la cultura
rurale di n’area allora, ma in parte ancor oggi, marginale, rispetto
alle realtà metropolitane, e si riconoscono gli effetti della rapida
urbanizzazione del capoluogo. Se si sovrappongono le foto scattate dai Gori
alle analisi di scienziati sociali – Grosseto “città
malgrado” nelle parole di un sociologo, Gian Franco Elia, che la conosce
bene – e alle pagine di letteratura e memorialistica, copiose quanto
i viaggiatori che da secoli attraversano e raccontano la Maremma, spesso
ridondanti per retorica e luoghi comuni ma a volte acute, costruiamo una
“fotografi a in movimento”. Appunto paradigmatica, per chi voglia
esercitarsi oltre quel che galleggia in superfi cie a comprendere le ragioni
e le condizioni di persistenze e mutamenti, qui e altrove. La ricchezza
dell’archivio consiste nel numero e nella qualità dei materiali
– foto, oggetti, carte – ma tra i suoi caratteri originali ce
ne sono alcuni che gli assegnano un sovrappiù di valore e lo differenziano
da altri fondi importanti, di fotografi che pure ci hanno lasciato pregevolissime
immagini, come i Denci, o i Banchi, cui nel testo che segue si fa qualche
rapido riferimento, in termini comparativi. Intanto tempo e spazio: la sovrapposizione
tra la durata dell’attività dello studio Gori e lo spazio
che è rappresentato dalle immagini che ci consegnano: oltre mezzo
secolo di vita nello stesso territorio. Il che significa una capacità
forte di farsi documento storico privilegiato, fonte per la comprensione
storica dell’evoluzione del territorio. Insieme a questo, che rappresenta
un carattere di unitarietà, la molteplicità. Non c’è
segmento della realtà locale che non sia in qualche forma rappresentato.
Vita pubblica e privata,
lavoro, professioni, paesaggi e natura. Nessuna specializzazione, e dunque
una estrema varietà, uno specchio atto a rifl ettere spicchi ampi
di realtà, che spesso non sono gli stessi fotografi a scegliere,
se non nel contesto di quello che è l’impegno quotidiano di
un lavoro su committenza, sia che venga dalla richiesta dell’album
che fissi la memoria di eventi privati, sia che segua l’incarico di
enti pubblici, di documentare con un servizio fotografico importanti occasioni
collettive. È così che troviamo narrate storie di vita mineraria,
riconosciamo la modernizzazione della campagne dopo la riforma fondiaria,
a partire dagli anni Cinquanta, vediamo crescere edifici pubblici di nuova
costruzione o quartieri nelle nuove periferie, che nei decenni, sulla spinta
di un robusto flusso migratorio dall’entroterra, progressivamente
strappano alla campagna lembi di terra.
Lo sguardo del fotografo, lo spiega acutamente Matteo Baragli, è
un registro tendenzialmente neutro; privo di sofi sticate fi nalità
interpretative o di ambizioni puramente artistiche, ci restituisce quasi
intatta la realtà che l’obiettivo inquadra.
L’artigiano esige da sé e offre ai committenti, numerosissimi,
un lavoro ben fatto, professionalmente corretto, economicamente produttivo.
Tutt’altro che secondaria un’altra specifi cità del fondo
Gori. Per chi frequenta archivi o si cimenta con la ricostruzione di storie
private attraverso carte, oggetti, immagini, l’esperienza più
frequente è quella della sofferenza per le dispersioni, della fatica
del comporre il puzzle dei frammenti sconnessi di memoria, soprattutto se
più mani sono passate sulle “cose”. Rarissimo che un
fotografo – lo hanno testimoniato storici della fotografi a nel convegno
di presentazione di questo lavoro – lasci in ordine i suoi negativi,
conservi rassegne stampa e registri di entrate e uscite e di documentazione
dei servizi, non elimini vecchi attrezzi, via via che rinnova tecniche e
strumenti. Questo invece possiamo trovare tra la roba di questo stupefacente
fondo.
Ovvio il ruolo dell’ultima tra le mani: quella degli eredi che, finita
l’attività professionale, si sono gelosamente e sapientemente
presi cura della sua conservazione e hanno puntato con tenacia a due obiettivi:
non farlo uscire da Grosseto e superare lo stato attuale di un insieme di
materiali, ordinati, sì, ma chiusi in luogo privato e privi di quelle
forme di valorizzazione che li renderebbero accessibili alla collettività
e preziosi per la cultura. Nell’intervista a Giovanni Gori riprodotta
nel CD allegato, videoregistrata sullo sfondo della vetrina al cui interno
sono in mostra macchine fotografi che ed ottica d’epoca – primo
impatto visivo per chi gli rivolge domande – c’è un ulteriore,
speciale contributo alla ricostruzione della storia del lavoro dei fotografi
, uno strumento di prima mano che si aggiunge, completandolo, a quel tanto
che già dicono immagini, carte, oggetti.
È pensabile che raggiungere quegli obiettivi, che abbiamo fatto nostri,
avendo a cuore la crescita culturale di questa terra, richieda tempi lunghi
e risorse ingenti. Ci siamo proposti un fine di primo livello: convincere
altri, da noi e fuori da qui, che ne valga la pena. A questo vorremmo che
servisse anche questo libriccino.