Buongiorno a tutti

Premetto che sono sinceramente onorato di poter presenziare – soprattutto assumendo, sia pur per la prima ed ultima volta, un ruolo di così diretta esposizione rappresentativa – a questa cerimonia di commemorazione, di cui è evidente la sentita, in quanto numerosa e cospicua, partecipazione civile, popolare.

Rivolgo innanzitutto il mio cordiale saluto al Sindaco di Grosseto, Antonfrancesco Vivarelli Colonna, qui presente anche nella veste di Presidente dell’Amministrazione provinciale, che compartecipa e condivide con l’Amministrazione comunale di Magliano in Toscana, come sapete bene, il ruolo istituzionale di Autorità ospitante, in ragione dell’appartenenza originaria alla località di Istia d’Ombrone dei giovani martiri, che in questo luogo furono trucidati il 22 marzo 1944.

Saluto e ringrazio, distintamente, il Prefetto di Grosseto, per aver voluto assicurare la propria personale, autorevole presenza istituzionale a questa cerimonia, così imprimendole visibilmente quel significato, non solo astrattamente simbolico, ma anche concretamente reale, di alto e condiviso momento di riflessione commemorativa intorno ai noti fatti storici di tragica natura, accaduti a figli innocenti di questa terra.

Né posso omettere di salutare, contestualmente ringraziandoli, i rappresentanti delle Forze dell’Ordine e delle Forze Armate intervenuti, per la sensibile e qualificata testimonianza che essi così rendono a questa giornata di memoria, così come il Sindaco del Comune di Cinigiano, comunità territoriale storicamente legata –  in modo percepibilmente significativo – ai fatti di Maiano Lavacchio, e i rappresentanti dell’ISGREC e dell’ANPI, custodi e difensori vigili e sapienti, ciascuno nel proprio distinto ruolo e con le proprie, rispettive sensibilità, non solo della memoria storica di questo luogo emblematico, ma dell’intera cultura storica, sociale e sapienziale ad essi correlata.

Un ringraziamento finale deve essere riservato all’Istituzione scolastica, còlta in tutte le sue componenti qui intervenute, a tutti gli studenti e ai rispettivi docenti, per il proprio serio e lodevole impegno profuso in vista di questa cerimonia, che ho ragione di credere che sarà animata e interpretata con passione, dedizione e spirito civile.

Nel tempo a mia disposizione, desidero soltanto aprire alla condivisione generale alcune brevi riflessioni personali, ispirate dalla ricorrenza commemorativa odierna.

Quando mi è stato comunicato, in previsione dello svolgimento di questa cerimonia istituzionale, che quest’anno sarebbe spettato al rappresentante dell’Amministrazione comunale di Magliano in Toscana prendere la parola durante la commemorazione, secondo una regola elementare di giusta alternanza turnaria tra rappresentanti istituzionali dei due Comuni direttamente interessati, confesso, senza timore di imbarazzo, di aver vissuto anche qualche momento di esitazione personale, essenzialmente ed esclusivamente legato alla natura tutta specifica della mia esperienza commissariale in corso presso il Comune di Magliano in Toscana: il commissario straordinario di un’amministrazione locale, come ben sapete, è per sua vocazione costitutiva una figura esogena, necessariamente estranea non solo all’organizzazione dell’ente locale – cui viene preposto dall’esterno e dall’alto per un meccanismo neutrale di necessaria salvaguardia e per un tempo necessariamente limitato – ma anche e soprattutto al territorio e alla comunità di immediato riferimento per quella stessa amministrazione locale.

A quel punto, nella consapevolezza della mia posizione, mi sono perciò chiesto: un commissario straordinario, doppiamente estraneo, come è evidente nel mio caso – da un lato per assenza di immedesimazione organica con l’ente locale, dall’altro per appartenenza originaria a un diverso contesto territoriale del nostro Paese, – potrà mai rendere un giusto servizio, rappresentando e impersonando l’Amministrazione comunale nella cerimonia di commemorazione di fatti sì passati, ma così intimamente connessi con la storia e l’identità del territorio, così radicati e impressi nella memoria collettiva della comunità che quel territorio ha vissuto e vive?

Nella persistenza del dubbio, avendo ben presenti i doveri connessi al ruolo assegnatomi, ho cercato, allora, di ridurre progressivamente la mia personale distanza, per così dire percepita, dal territorio e dalla memoria, di cui questi luoghi conservano traccia, proprio interrogando la memoria stessa, preziosamente sedimentata negli studi e nella documentazione storica disponibile in materia.

E, di fronte a un’accresciuta conoscenza ricostruttiva della vicenda, mi si è dischiusa inaspettatamente una prospettiva completamente diversa, se non propriamente opposta: l’eccidio di Maiano Lavacchio, in cui persero drammaticamente la propria vita “undici agnelli“, come sono stati definiti i giovani Martiri d’Istia, con l’esemplarità eroica impressa nella destinazione tragica delle loro vite prematuramente recise, mi è parso che dall’appartenenza alla piccola estensione di questo angolo remoto di mondo – verrebbe da dire quasi un témenos, il sacro recinto della grecità – recuperi una straordinaria centralità, parlando direttamente al mondo e dialogando con esso secondo un linguaggio universale, la cui coordinate sono state – e sono tuttora, data la loro perdurante attualità – la disobbedienza civile, il pacifismo, l’amore incondizionato e incolpevole per la vita. Quell’esperienza tragica, in altri termini, vissuta negli anni della giovinezza da undici figli di questo territorio, parla a tutti i possibili destinatari, finanche a un commissario straordinario, in un codice universalmente comprensibile e il territorio, che di quella esperienza è teatro naturale come uno spazio contenitivo e rappresentativo, è egualmente aperto a tutti come raccoglitori di quei messaggi, così veicolati in modo permanente.

Il significato di quella resistenza pacifica, civile alla violenza oppressiva del nazifascismo è, allora, nell’appartenenza necessariamente comunee non di parte, di singole parti – della cultura dei diritti di libertà, individuale e collettiva, alimento e sostrato irrinunciabile di ogni ordinamento democratico evoluto e maturo.

La storia tragica dell’eccidio di Maiano Lavacchio non può non rivestire, dunque, un significato sensibilmente peculiare proprio in quest’anno, in cui, come sapete, ricorre il Settantesimo Anniversario della Costituzione repubblicana, che, approvata e promulgata nel dicembre del 1947, entrò in vigore il 1 gennaio 1948; quel tributo di sangue innocente, che fu versato dalle giovani vittime trucidate qui a Maiano Lavacchio – così come da tutte le vittime della violenza nazifascista – è stato indiscutibilmente il fondamento reale e ideale del livello alto di civiltà sociale e giuridica espresso dalla nostra Carta Costituzionale, di cui noi, rappresentanti delle Istituzioni così come liberi cittadini, dobbiamo essere sì orgogliosi e fieri, ma nondimeno anche e soprattutto tenaci custodi e difensori.

E’ oltremodo significativo che proprio in quest’anno, simbolicamente dedicato alle celebrazioni dell’anniversario costituzionale, si sia dato avvio a un importante – non meno che atteso – percorso e processo di valorizzazione piena e completa di questo luogo, così anche formalmente e ufficialmente elevato alla statura di un luogo sacro, un recinto sacro della memoria. Dal passato della sua storia tragica, dunque, dalla sua piccola porzione di territorio, segnata dal dolore e irrigata dal sangue, Maiano Lavacchio non solo parla a tutti, ma si proietta evolutivamente nel tempo a venire verso un messaggio universale di auspicio legato alla sua iconica valenza di memoriale attivo e partecipato.  

Sergio Di Iorio